Poi, a maggio del 2026, hanno spalancato i cancelli: la piattaforma ads.openai.com è diventata accessibile a ogni inserzionista americano. Quello che all’inizio sembrava un timido esperimento si è rivelato per quello che è davvero: una strategia industriale in piena regola, dichiarata e senza filtri.
Non è roba per esperti di marketing o per chi mastica codice a colazione. Riguarda chiunque di noi abbia mai appoggiato le dita sulla tastiera per scrivere qualcosa in quella casella di testo bianca perché il modo in cui cerchiamo risposte sta cambiando pelle sotto i nostri occhi, e non è detto che la nuova versione ci piacerà quanto la vecchia.
Cosa succede concretamente nelle nostre chat
Prima di ragionare sulle implicazioni, vale la pena capire esattamente cosa stiamo guardando: gli annunci pubblicitari appaiono in fondo alle risposte di ChatGPT, contrassegnati con l’etichetta Sponsored dentro un riquadro dedicato. Per ora riguardano gli utenti Free e Go negli Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Canada. I piani Plus, Pro, Business e Enterprise restano privi di pubblicità, almeno per il momento. I minori di 18 anni sono formalmente esclusi.
Il formato è quello che viene definito native conversational advertising: non un banner che lampeggia ai lati dello schermo, ma un contenuto che si integra nel flusso della conversazione, subito dopo la risposta che hai appena letto. Contestuale. Calibrato. Progettato per sembrare parte dell’esperienza.
E qui sta il primo punto che mi fa riflettere.
L’ambizione (enorme) di OpenAI
I numeri aiutano a capire la portata di quello che sta accadendo. OpenAI punta a 2,5 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari nel 2026 e proietta di arrivare a 100 miliardi entro il 2030. Ha costruito un ChatGPT Ads Manager già accessibile a grandi gruppi come WPP, Publicis e Havas: i giganti mondiali della comunicazione pubblicitaria.
Sia ben chiaro, non è un test prudente bensì un’infrastruttura.
E si capisce perché: i costi di training e inferenza dei modelli di intelligenza artificiale sono astronomici. OpenAI deve sostenere un’infrastruttura da miliardi di dollari al mese, mentre la concorrenza di Google Gemini, Meta AI e Anthropic cresce rapidamente. Il modello freemium ha bisogno di un motore economico, e la pubblicità è storicamente il motore più potente che l’industria digitale abbia mai trovato.
Lo capisco davvero, ma capire le ragioni di un cambiamento non significa accettarlo senza farsi domande.
Il nodo vero: la fiducia nell’imparzialità
C’è una caratteristica di ChatGPT, e degli strumenti di intelligenza artificiale in generale, che li ha resi così attraenti per così tante persone: la percezione di imparzialità. Non stai consultando un motore di ricerca che mostra i risultati in base a chi paga di più. Non stai leggendo un articolo sponsorizzato. Stai facendo una domanda e ricevendo una risposta che sembra genuinamente costruita per te, sulla base di quello che sai e di quello che chiedi.
Questa percezione, sia chiaro, non una garanzia assoluta, ha costruito un tipo di fiducia peculiare. Diversa da quella che riponiamo in un giornale o in un motore di ricerca. Più vicina a quella che riponiamo in un interlocutore.
Ora: OpenAI garantisce che il sistema è progettato con il principio di Answer Independence, ovvero che gli annunci non influenzano mai le risposte attraverso sistemi separati e blindati architetturalmente. E io non ho motivo di dubitare che tecnicamente sia così, almeno oggi ma il problema non è solo tecnico bensì cognitivo e percettivo.

La mia prospettiva: tra necessità economica e dignità cognitiva
Quando leggo una risposta e subito dopo vedo un riquadro sponsorizzato che mi propone esattamente il tipo di prodotto o servizio di cui stavo parlando, qualcosa cambia nel modo in cui elaboro quello che ho appena letto. Non necessariamente in modo razionale ma succede. La vicinanza spaziale tra risposta e annuncio crea un’associazione che non si può semplicemente dichiarare inesistente per decreto tecnico.
C’è un dettaglio in tutta questa faccenda che mi tormenta un po’, forse perché è passato sotto silenzio mentre eravamo tutti distratti dall’ultima novità tecnica. Parlo di quello che è successo ad aprile 2026: senza troppi squilli di tromba, OpenAI ha aggiornato la sua privacy policy. Niente di drammatico, direte voi, lo fanno tutti. Eppure, tra le righe, hanno messo nero su bianco che ora ricevono dati dagli inserzionisti su quello che compriamo. Non leggono le nostre conversazioni private, o almeno, questo è l’impegno ufficiale, ma osservano i nostri comportamenti fuori dalla piattaforma per “personalizzare” gli annunci.
È un cambio di rotta che scotta. All’inizio le promesse erano diverse, più pure, se vogliamo. Ora invece ci ritroviamo nel solito calderone in cui bollono già Google e Meta. Non è la fine del mondo, certo, ma è come se il contratto invisibile che avevamo firmato con l’intelligenza artificiale fosse stato riscritto mentre eravamo in un’altra stanza.
E in un momento in cui le aziende vietano ai dipendenti di usare ChatGPT per paura di soffiate involontarie di segreti industriali, infilarci dentro un motore pubblicitario alimentato dai nostri scontrini… beh, rende tutto maledettamente più complicato. E sapete cosa mi chiedo? L’opt-out, quel tastino per dire “no grazie” alla pubblicità mirata, quanto può essere davvero efficace se le regole cambiano ogni tre mesi?
Qualche tempo fa, Marco Camisani Calzolari ha lanciato una provocazione che mi è rimasta impressa. Dice che l’etichetta “Sponsored” diventerà sempre più piccola, sbiadita, quasi invisibile. Non è pessimismo, è solo come gira il mondo dell’advertising. Guardate Instagram: all’inizio le pubblicità saltavano all’occhio, oggi devi quasi strizzare le palpebre per distinguerle da un post dei tuoi amici.
Se l’obiettivo dell’AI è essere fluida, naturale, quasi umana, un quadratone con scritto “Pubblicità” è come un sasso in un ingranaggio perfetto. Prima o poi cercheranno di limarlo. E quando la risposta a un tuo dubbio esistenziale o a un consiglio di cucina scivolerà dolcemente verso un prodotto sponsorizzato senza che tu te ne accorga, cosa resterà della nostra capacità di scegliere?
In Italia la situazione è quasi paradossale. Quasi otto piccole imprese su dieci usano già l’AI, ma meno della metà sa come gestirla a livello di policy interna. È come se avessimo comprato una Ferrari senza sapere bene dove siano i freni. Per chi fa marketing, questa è una terra promessa: non colpisci più un “pubblico target” astratto, ma rispondi a un’intenzione reale, in tempo reale: è il sogno di ogni venditore.
Però, c’è un però. Le nostre imprese devono decidere cosa vogliono essere. Preferiscono apparire come lo sponsor che interrompe un pensiero o come un partner che risolve un problema? Non è filosofia, è sopravvivenza del brand. Vedo iniziative come lo SME AI Accelerator di Confartigianato e penso che stiamo provando a nuotare in queste acque agitate, ma la strada è ancora lunghissima e la nebbia è fitta.
Se devo essere onesto fino in fondo, e mi piace esserlo con chi mi legge, capisco OpenAI. Far girare questi modelli costa una montagna di soldi ogni singolo giorno. La pubblicità è il prezzo che paghiamo per non dover sborsare venti o trenta euro al mese di abbonamento. C’è qualcosa di democratico in questo, lo ammetto, in quanto permette a chiunque di avere tra le mani uno strumento potentissimo.
Ma c’è un limite sottile tra l’aiuto e la vendita. Per me, quello che conta è il rispetto. La tecnologia deve arricchirci, non svuotarci le tasche a tradimento. Se l’imparzialità di una risposta diventa merce di scambio per il miglior offerente, allora abbiamo un problema di “dignità cognitiva”. Non voglio un’AI che mi dà ragione solo perché qualcuno ha pagato per farlo.
Cosa possiamo fare e la domanda aperta
Quindi, che si fa? Non serve diventare dei luddisti o chiudersi in un bunker. Bastano piccoli gesti di igiene digitale:
- Andate nelle impostazioni di ChatGPT e cercate l’opt-out per la personalizzazione degli annunci. È lì, un po’ nascosto, ma c’è.
- Quando arriva quella noiosa notifica di “aggiornamento termini di servizio”, non cliccate compulsivamente su “accetta”. Dateci un’occhiata, cercate le parole chiave. Il diavolo, come sempre, sta nei dettagli.
- Restate scettici. Se un consiglio vi sembra troppo perfetto per essere vero, forse è perché qualcuno ha pagato perché lo fosse.
Qui in Italia non abbiamo ancora visto questi annunci, per ora è roba da americani ma arriveranno, statene certi. Il punto non è se arriveranno, ma come ci troveranno. Se saremo utenti passivi o cittadini consapevoli che sanno ancora distinguere un consiglio sincero da uno slogan mascherato. Il futuro non è un destino già scritto, è un muscolo che alleniamo ogni volta che facciamo una domanda difficile. E oggi, di domande difficili, ne abbiamo un disperato bisogno.
FAQ: L’arrivo della Pubblicità su ChatGPT
Quando è arrivata la pubblicità su ChatGPT e chi la vede?
Gli annunci influenzeranno le risposte dell’IA?
Ci sono rischi o cambiamenti per la mia privacy?
Perché OpenAI ha deciso di introdurre l’advertising?
Come posso difendermi o limitare questa tracciabilità?
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Nota di trasparenza sull’uso dell’AI nel blog
In questo spazio digitale, dedicato alla comprensione critica dell’innovazione tecnologica, desidero condividere con chiarezza due aspetti importanti del lavoro che porto avanti.
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Scrivere è sempre stata una mia passione. Dopo anni di appunti, riflessioni e sperimentazioni, tre anni fa è nato questo blog. Fin da subito, però, ho dovuto confrontarmi con una sfida evidente: l’incredibile accelerazione dell’evoluzione scientifica legata all’intelligenza artificiale rende complesso mantenere aggiornato un progetto di divulgazione che ambisce alla qualità e alla precisione.
Per questo, in coerenza con la mia missione di promuovere consapevolezza, oggi più che mai un elemento vitale, ho scelto di farmi affiancare da piattaforme di AI in molte fasi del lavoro editoriale. In particolare, l’AI mi supporta in:
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