Ovvero: come ho visto l’istruzione rimanere ferma mentre la tecnologia ci ha già superato
Ho trascorso anni significativi della mia vita professionale dentro le istituzioni educative italiane , scuola e università , con la doppia identità di chi ama profondamente la tecnologia e allo stesso tempo la cultura umanistica, convinto da sempre che le due cose non siano in opposizione ma anzi si moltiplichino vicendevolmente. E proprio questa posizione privilegiata, questo sguardo binoculare, mi ha permesso di vedere con una chiarezza quasi dolorosa il gap abissale che esiste tra ciò che le istituzioni educative trasmettono e ciò che il mondo reale richiede.
Quando l’aula diventa un museo
Permettetemi di essere diretto, con quella franchezza che considero una forma di rispetto verso chi legge: quello che ho visto fare nelle aule italiane , in troppi casi, con troppe eccezioni nobili ma insufficienti , non era insegnamento dell’informatica. Era archeologia dell’informatica. Programmi costruiti con logiche anni Novanta, trasmessi con metodologie anni Cinquanta, a ragazzi che nel frattempo avevano già in tasca dispositivi capaci di fare cose che i docenti stessi non sapevano immaginare.
Ho visto insegnare il linguaggio Pascal mentre il mondo reale aveva già metabolizzato Python, JavaScript, il cloud computing, l’intelligenza artificiale. Ho visto spiegare il funzionamento teorico di algoritmi su lavagne senza che nessuno si preoccupasse di far sentire allo studente a cosa serve quell’algoritmo nella vita concreta, in quale problema del mondo reale trova la sua ragione d’essere. Come se la matematica fosse una disciplina esistente per sé stessa, in un vuoto cosmico privo di umanità e contesto.
Eppure la cosa più sconcertante non era nei programmi: era nel rapporto con lo studente. Ho visto ragazzi trattati come contenitori passivi da riempire di nozioni, come hard disk biologici ai quali trasferire dati nel modo più efficiente possibile , e per “efficiente” si intendeva: nessuna domanda, nessun dubbio, nessuna deviazione creativa. La centralità dello studente, quel principio pedagogico che la letteratura internazionale sostiene da decenni con ricerche solide e convincenti, sembrava semplicemente non essere mai arrivata in molte delle aule che ho frequentato. E quando arrivi a una situazione del genere, non stai parlando solo di metodologie obsolete: stai parlando di un sistema che ha perso il senso del proprio fine.
I numeri che fanno male, e spiegano molto
Poi arrivano i dati, e i dati hanno la crudele capacità di trasformare una percezione soggettiva in una realtà collettiva. Secondo le rilevazioni Istat-Eurostat aggiornate al 2025, solo il 19,9% della popolazione italiana tra i 16 e i 74 anni usa l’intelligenza artificiale generativa, contro una media europea del 32,7%. tomshw Siamo penultimi in Europa. Peggio di noi c’è solo la Romania. tomshw
Lasciate che questo dato atterri per un momento, che faccia il suo lavoro silenzioso. Paesi con cui ci confrontiamo nei tavoli industriali europei , Spagna, Polonia, Germania , ci guardano da sopra, con percentuali di adozione ben più alte. Non stiamo parlando di una gara di estetica o di orgoglio nazionale fine a sé stesso: stiamo parlando di competitività economica, di capacità produttiva, di futuro del lavoro.
Il dettaglio generazionale racconta però una storia più sfumata e per certi versi ancora più inquietante: tra i giovani dai 14 ai 19 anni il 51,2% usa già AI generativa, e tra i 20 e i 24 anni la quota è del 43,1%. tomshw Quindi i ragazzi l’AI la usano, eccome. Il problema è che poi, quando escono dalla scuola e dall’università, sembrano quasi dimenticarla, o quantomeno non riuscire a trasformare quell’uso , spesso istintivo, ricreativo, non guidato , in competenza professionale autentica.
Come nota l’analisi, si potrebbe obiettare che l’uso scolastico si riduce in molti casi al farsi fare i compiti dall’AI. E se così fosse, allora sappiamo esattamente dove intervenire: nelle scuole, per insegnare ai ragazzi a usare l’AI in modo davvero utile. E lo stesso andrebbe fatto con gli adulti e con i loro insegnanti. tomshw Eccolo, il nodo. Eccola, la responsabilità di chi forma.
Il paradosso del “non ne ho bisogno”
C’è un dato che mi colpisce forse più di tutti gli altri, perché rivela qualcosa di profondo sulla psicologia collettiva italiana rispetto alla tecnologia. Quando l’Istat ha chiesto ai non utilizzatori perché non usano l’AI, il 59,9% ha dichiarato semplicemente di non averne bisogno. tomshw Sei persone su dieci, tra quelle che non usano l’intelligenza artificiale, non la usano non per paura, non per difficoltà tecnica, ma perché non ne percepiscono l’utilità.
Questo è esattamente il tipo di cecità cognitiva che nasce da un’educazione che non ha mai insegnato a riconoscere il valore degli strumenti, a interrogarsi su come la tecnologia possa trasformare il proprio lavoro, la propria vita, le proprie possibilità. Come osservano i dati, questo non è un problema di competenza: è un problema di esperienza. Si risolve facendo provare. tomshw Ma per fare provare, occorre qualcuno che guidi, che accompagni, che abbia la pazienza e la visione di un educatore autentico , non di un trasmettitore di nozioni.
Nel frattempo, uno studio Anthropic condotto su 81.000 utenti mostra che il 48% dei lavoratori in alta fascia di reddito segnala nuove capacità acquisite grazie all’AI, e il 40% riferisce un’accelerazione significativa del proprio lavoro. tomshw Chi l’AI la usa davvero, ne raccoglie frutti concreti. Chi non la usa , spesso perché nessuno gliel’ha mai mostrata nel contesto giusto , continua a perdere terreno senza nemmeno sapere di starlo perdendo.
L’informatica insegnata come punizione
Devo confessare qualcosa che mi pesa ancora oggi, a distanza di anni. In molti corsi di informatica che ho potuto osservare dall’interno , come collega, come formatore, come osservatore esterno , l’insegnamento era strutturato in modo tale da rendere la materia il più possibile indigesta. Non per malevolenza, sia chiaro: per inerzia, per formazione inadeguata degli stessi docenti, per programmi ministeriali concepiti da persone che probabilmente non avevano mai lavorato un giorno nella industry digitale.
Si insegnava la sintassi prima del senso. Si insegnava la teoria prima , e spesso invece , della pratica. Si valutava la capacità di ripetere definizioni piuttosto che la capacità di risolvere problemi reali. E soprattutto, si ignorava completamente la dimensione umana della tecnologia: chi la usa, perché la usa, che effetti ha sulle persone, come cambia le relazioni, il lavoro, la creatività, il pensiero critico.
Questa è la ferita che mi porto dentro come formatore: aver visto studenti brillanti, creativi, pieni di curiosità naturale, uscire da corsi di informatica con la convinzione di “non essere portati per la tecnologia”. Ragazzi che magari usavano con destrezza applicazioni complesse nel tempo libero, che creavano contenuti digitali sofisticati per i loro canali social, che avevano intuizioni straordinarie sull’esperienza utente , e che tuttavia avevano rimediato quattro in Informatica perché non ricordavano la differenza tra RAM e ROM così come era scritta sul libro.

L’Umanesimo Digitale come risposta, e come missione
È da tutto questo che nasce la mia missione, quella che chiamo Umanesimo Digitale e che non è uno slogan, ma una postura filosofica prima ancora che metodologica. È la convinzione profonda che la tecnologia non abbia senso se non è al servizio delle persone, se non amplifica la dignità umana, se non potenzia la capacità critica, creativa e relazionale di chi la usa.
L’Umanesimo Digitale che pratico e insegno parte da un assunto semplice e rivoluzionario allo stesso tempo: lo studente non è un contenitore, è un protagonista. Ogni percorso formativo che ignori questa verità è destinato a produrre persone tecnicamente alfabetizzate ma umanamente disorientate, capaci di eseguire ma non di immaginare, di seguire istruzioni ma non di porre domande nuove.
Il dato che racconta come il divario nell’uso dell’AI amplifichi il divario di competenze già esistente , con il 32% di utilizzo tra i laureati contro il 3,6% tra chi si è fermato alla scuola media, e il 19,7% al Nord contro il 14,6% al Sud , mi dice che la tecnologia, lasciata a se stessa senza una guida educativa consapevole, non democratizza: segrega. tomshw Riproduce e amplifica le disuguaglianze già presenti nel tessuto sociale. E questo è inaccettabile.
La mia risposta a questa realtà non è tecnica: è pedagogica, culturale, umanistica. Significa formare le persone non solo a usare gli strumenti, ma a comprenderli criticamente, a interrogarsi sulle implicazioni etiche, a distinguere tra l’uso passivo e quello generativo, tra la delega acritica all’algoritmo e la collaborazione creativa con esso.
Il treno che non possiamo perdere ancora
L’Italia ha già perso alcuni treni tecnologici negli ultimi vent’anni. L’ultimo è stato il cloud, che oggi pesa nei conti energetici, nei costi infrastrutturali e nella sovranità dei dati. tomshw Ogni volta abbiamo avuto le stesse discussioni, le stesse esitazioni, le stesse lentezze burocratiche, la stessa difficoltà sistemica ad aggiornarsi con la velocità che il mercato richiederebbe.
Le PMI italiane investono poco in formazione digitale dei propri dipendenti, gli imprenditori senior raramente guidano l’adozione AI per scelta personale, le scuole tecniche e professionali aggiornano i curricula con cicli pluriennali. tomshw L’effetto cumulato di tutto questo è un Paese che arriva sempre secondo, sempre a rincorrere, sempre a pagare prezzi più alti perché altri hanno già definito gli standard.
Ma stavolta , e questo è il motivo per cui continuo a credere nella formazione come atto di resistenza civile , il mercato globale dell’AI è ancora in formazione, il costo di adozione diminuisce ogni semestre, e la regolazione europea con l’AI Act fissa paletti chiari su cui costruire prodotti conformi. tomshw Le condizioni esterne sono più favorevoli che in passato. La finestra è aperta. Ma non resterà aperta per sempre.
Ed è qui, esattamente qui, che si colloca il senso profondo del mio lavoro quotidiano: nell’urgenza educativa di formare persone , studenti, adulti, professionisti, imprenditori , capaci non solo di usare l’AI, ma di pensare con essa e oltre di essa. Di essere soggetti attivi della trasformazione digitale, non vittime passive di un cambiamento che altri hanno deciso al loro posto.
Conclusione: scegliere da che parte stare
Ho passato anni a guardare istituzioni educative che si muovevano al ritmo lento di chi non sente ancora l’urgenza, e al tempo stesso ho incontrato studenti, corsisti, professionisti che invece quella urgenza la sentivano nel midollo , e cercavano qualcuno che li aiutasse a trasformarla in competenza, in consapevolezza, in direzione. Per loro sono rimasto in questo campo. Per loro continuo a credere che l’Umanesimo Digitale non sia un lusso intellettuale ma una necessità civile.
Siamo penultimi in Europa per uso dell’AI generativa. Questo dato non è una condanna: è una mappa. E le mappe servono a orientarsi, non ad arrendersi. Il momento di scegliere da che parte stare , dentro il cambiamento o in attesa che passi , è adesso.
Domande Frequenti
Umanesimo Digitale · Formazione · AI · Scuola italiana
Da informatico a cercatore di senso
Unisciti al mio mondo di conoscenza e iscriviti al mio canale WhatsApp.
Sarai parte di una comunità appassionata, sempre aggiornata con i miei pensieri e le mie idee più emozionanti.
Non perderti l’opportunità di essere ispirato ogni giorno, iscriviti ora e condividi questa straordinaria avventura con me!
Nota di trasparenza sull’uso dell’AI nel blog
In questo spazio digitale, dedicato alla comprensione critica dell’innovazione tecnologica, desidero condividere con chiarezza due aspetti importanti del lavoro che porto avanti.
Immagini generate con l’AI
La quasi totalità delle immagini presenti nel blog è generata tramite strumenti di intelligenza artificiale. Le utilizzo sia come supporto visivo sia come modo per sperimentare nuove forme di comunicazione creativa, coerenti con i temi trattati.
Un blog nato dalla scrittura… e trasformato dalla velocità dell’AI
Scrivere è sempre stata una mia passione. Dopo anni di appunti, riflessioni e sperimentazioni, tre anni fa è nato questo blog. Fin da subito, però, ho dovuto confrontarmi con una sfida evidente: l’incredibile accelerazione dell’evoluzione scientifica legata all’intelligenza artificiale rende complesso mantenere aggiornato un progetto di divulgazione che ambisce alla qualità e alla precisione.
Per questo, in coerenza con la mia missione di promuovere consapevolezza, oggi più che mai un elemento vitale, ho scelto di farmi affiancare da piattaforme di AI in molte fasi del lavoro editoriale. In particolare, l’AI mi supporta in:
- ricerca e verifica preliminare delle notizie
- organizzazione e strutturazione degli articoli
- creazione di sezioni HTML per FAQ e link alle fonti
- ideazione di infografiche
- esplorazione di titoli efficaci e pertinenti
L’obiettivo non è delegare il pensiero, ma amplificare la capacità di analisi e di sintesi, così da offrire contenuti sempre più chiari, accurati e utili.












