La verità, più o meno

Progetto Civitavecchia


Una giornata a scuola con i ragazzi di Civitavecchia
Portatori di Handicap

Il titolo arriva di colpo, come arrivano le cose migliori: nel mezzo di una discussione, quasi per sbaglio, con una risata che lo accompagna prima ancora che qualcuno abbia finito di pronunciarlo.
“La Verità (più o meno)”.
Un ragazzo lo dice indicando lo schermo. Un altro ride e annuisce. Una ragazza si impunta un secondo, forse voleva qualcosa di più serio, poi si ferma, ci pensa, e anche lei cede. Perché è esatto. Perché è loro. Perché in quelle quattro parole, con una parentesi e una risata, hanno detto qualcosa che molti adulti impiegano anni a formulare, se mai ci riescono.
Siamo a Civitavecchia nella sede della Cooperativa Nuova Era, in un’aula che per qualche ora è diventata una piccola redazione improvvisata. Gli schermi sono aperti, le voci si sovrappongono, le dita indicano frasi generate dall’intelligenza artificiale che vanno rilette, corrette, a volte bocciate con una smorfia eloquente. C’è il brusio tipico di quando un gruppo sta lavorando davvero, non il silenzio compunto della lezione frontale, ma il rumore vivo di chi negozia un’idea, la litiga, la ridiscute, la riprende. E poi di colpo si blocca tutto, perché qualcuno ha trovato la parola giusta, e tutti lo sentono.


Un progetto che vale

A Borgata Aurelia, sempre a Civitavecchia, nelle settimane precedenti, era accaduto qualcosa di concreto e raro. Il Comune di Civitavecchia, nel solco del progetto nazionale “Dopo di noi”, aveva inaugurato due appartamenti destinati a percorsi di vita indipendente per ragazzi con disabilità: strutture del distretto sociosanitario RM 4.1 capaci di accogliere complessivamente dodici persone. Non istituti, non strutture di cura passiva: appartamenti. Stanze con chiavi proprie. Cucine, routine, piccole decisioni quotidiane da prendere da soli o quasi.

Le parole dei comunicati, “autonomia, dignità, quotidianità più libera e più piena”, “una città che non si volta dall’altra parte davanti alla fragilità”, sono parole belle e giuste. Ma restano parole fino a quando non trovano il momento in cui si incarnano, cosa che tra l’altro si è materializzata grazie alla partecipazione dei ragazzi anche a un corso di competenze digitali e di alfabetizzazione all’Intelligenza Artificiale di base, ideato e condotto dal sottoscritto in rappresentanza della Cooperativa Nuova Era . Tutto ciò promosso e sostenuto dalle istituzioni nell’ambito di un percorso pensato per rafforzarne autonomia, consapevolezza e inclusione.


Ebbene, oggi ha avuto luogo la seconda sessione del corso in cui ho dato seguito all’idea di creare un giornale digitale in classe usando l’intelligenza artificiale. Dovete credermi, la partecipazione e l’adesione dei ragazzi è stata completa .

La proposta è nata da una scommessa precisa: trovare un progetto condiviso che desse alla classe un motivo concreto per imparare. L’idea di un giornale digitale è sembrata quella giusta. Non un esercizio fine a se stesso, ma un oggetto reale, con un nome, una forma, un’identità, qualcosa che i ragazzi potessero sentire proprio. Il giornale diventava così il pretesto, e insieme il fine: attraverso di esso si sarebbero toccate, quasi senza accorgersene, alcune competenze digitali fondamentali.

Come si usa uno strumento di intelligenza artificiale senza farsene guidare, come si valuta un’informazione, come si dà forma a un’idea e come si lavora insieme su un testo. La tecnologia, insomma, non come materia a sé stante, ma come mezzo dentro un progetto che aveva senso per chi ci stava dentro.

La proposta concreta era semplice e aveva nelle sue intenzioni quella di generare testi, produrre immagini, scegliere argomenti, decidere un’impaginazione, dare un nome alla testata.

Quando l’intelligenza artificiale diventa voce,
gioco e desiderio di capire il mondo

Il gruppo si è organizzato in modo naturale, senza che nessuno assegnasse ruoli formali. C’è stato chi dettava idee a voce alta, chi le passava al modello e leggeva i risultati ad alta voce per sentire com’erano, chi correggeva il tono (“troppo formale”, “sembra un comunicato”, “dì che è una notizia, non una conferenza”), chi proponeva angolature diverse, chi si opponeva e spiegava perché. Una piccola democrazia del testo, rumorosa e produttiva.

Non stavano imparando una macchina: stavano cercando un linguaggio. E la macchina, in fondo, serviva a quello: a dare forma più veloce a un pensiero che veniva sempre da loro. Ogni immagine generata veniva guardata, commentata, spesso scartata. “Questo sembra un robot anni Novanta.” Risate. Nuovo tentativo. Meglio.

Il punto non era ottenere risposte perfette: era fare spazio a domande vere. E le domande, in quella stanza, non mancavano.


Finalmente scelto il Titolo del Giornalino

“La Verità (più o meno)” non è solo un titolo spiritoso. È un manifesto. Contiene, compressa in quattro parole, una diffidenza intelligente verso le verità confezionate, un desiderio di capire senza fingere certezze che non si hanno, la coscienza, lucida, non cinica, che ogni notizia va guardata da angolature diverse, smontata, discussa, avvicinata con prudenza e con ironia.

In tempi in cui le notizie urlano e le opinioni arrivano già formate, quel titolo suona più serio di molti editoriali. La verità, sembravano dirci, non arriva già pronta: si avvicina insieme, un pezzo alla volta. E quella parentesi, (più o meno), è la parte più onesta: è l’ammissione che il mondo è complicato, e che chi dice di capirlo tutto, probabilmente non lo sta guardando davvero.

Qualcuno, ascoltando la storia, potrebbe sorprendersi, ma non dovrebbe. È la qualità del loro sguardo, non una concessione eccezionale.


Il clima in aula è stato quello delle cose che funzionano: allegro, irregolare, mai piatto. Una proposta improbabile per la copertina, un’immagine di polpo gigante che legge un quotidiano, aveva scatenato una risata collettiva che aveva fermato tutto per quasi due minuti. Poi qualcuno aveva detto “però in copertina ci potrebbe stare davvero” e la discussione era ricominciata, ma diversa, più libera.

C’era anche chi si è impuntato su una parola. “‘Conflitto’ fa paura.” “Ma è la parola giusta.” “Allora dì ‘tensione’.” “‘Tensione’ è più soft.” “Appunto.” Piccolo stallo. Poi: “E se diciamo ‘confronto che non si è ancora risolto’?” Silenzio di un secondo. “Sì. Quello funziona.”

In quella negoziazione minima c’era tutto: il rispetto reciproco, la disponibilità a cedere su qualcosa per trovare una formula migliore, il piacere di vedere un’idea prendere forma sullo schermo e diventare, finalmente, pubblica. Più che una lezione, era una prova generale di cittadinanza.

A Borgata Aurelia, recentemente sono stati inaugurati due appartamenti destinati a 12 ragazzi con disabilità, offrendo loro un'opportunità di vita indipendente e dignità.
A Borgata Aurelia, recentemente sono stati inaugurati due appartamenti destinati a 12 ragazzi con disabilità, offrendo loro un’opportunità di vita indipendente e dignità.

A noi non piace il TG

E poi è emerso il nodo della televisione. O meglio: della sua assenza.

I notiziari tradizionali non li convincono: non è apatia, non è disinteresse. È qualcosa di più preciso: una distanza percepita come incolmabile, un formato che parla di cose senza mai chiedersi con chi stia parlando. “Al telegiornale sembra sempre tutto lontano.” “Non capisci mai perché una cosa è importante.” “Parlano veloce e poi cambiano argomento.”

Rifiutare il telegiornale non significava rifiutare il mondo: era un rifiuto della distanza, di fatto il giornale che stavano costruendo è nato esattamente da lì, dal bisogno di avvicinarsi alle notizie attraverso domande proprie, non attraverso formati già decisi da altri.


Fu in questo clima che il discorso è scivolato, quasi per inerzia, verso qualcosa di inatteso.

Qualcuno ha proposto di scrivere un articolo sull’internet. Non sul social, non sulle app: sull’internet fisico. Su come funziona davvero. E lì, guardando insieme un breve video di approfondimento, la stanza ha cambiato temperatura.

A quel punto ho preso la palla al balzo per proporre loro un approfondimento su un tema tanto invisibile quanto decisivo: le connessioni sottomarine, vero fulcro hardware di Internet. Ho spiegato ai ragazzi che il 97% del traffico internet mondiale, messaggi, video, transazioni, dati, voci, passa attraverso cavi sottomarini.

Cavi posati sul fondo degli oceani, invisibili, ignorati, fragili molto più di quanto si immagini. Sono, in fondo, il sistema nervoso del pianeta. E proprio per questo sono vulnerabili, ai terremoti sottomarini, ai sabotaggi, alle correnti. Da qui nasce anche la necessità di sviluppare droni subacquei dotati di intelligenza artificiale, capaci di monitorarli in tempo reale, rilevare anomalie e prevenire interruzioni o possibili attacchi.

E poi ho fatto notare come ci sia lo Stretto di Hormuz: un punto sulla carta geografica che sembra insignificante, un corridoio stretto tra Iran e Penisola Arabica, ma attraverso cui passa una quota enormemente sproporzionata del traffico energetico globale. Un collo di bottiglia strategico, politicamente carico, che le grandi potenze non smettono mai di tenere d’occhio.

In quella stanza i ragazzi guardavano la mappa e ci pensavano su.

“Ma quindi se tagliano un cavo, va giù tutto?”

“Non tutto. Ma tanta roba sì.”

“E chi li controlla?”

“Ecco, appunto.”

Silenzio. Non di noia: di elaborazione. Il tipo di silenzio che precede una domanda che vale la pena fare.

Il Valore dell’Inclusione

Vedete, quella classe, partendo da un giornale inventato con un’intelligenza artificiale in una aula della periferia di Civitavecchia, ha finito per interrogare i fondali marini, le rotte energetiche, gli equilibri fragili di un ordine mondiale che regge su cose invisibili. I fili nascosti sotto la superficie, del mare, delle notizie, della politica, sono diventati improvvisamente visibili. E da Civitavecchia si vedevano benissimo.

In fondo anche da una periferia si può guardare il centro nervoso del pianeta, anzi, a volte si vede meglio, perché non si dà nulla per scontato.


Traggo la seguente morale : c’è un modo sbagliato di raccontare queste giornate, e bisogna starne alla larga. È il modo che si stupisce, che sottolinea il “nonostante tutto”, che costruisce piccoli miracoli là dove ci sono semplicemente persone che pensano. Quei ragazzi non sono stupefacenti perché hanno fatto cose considerate normali per altri: sono stati presenti, precisi, ironici e curiosi perché lo sono. Il loro sguardo sul mondo non ha bisogno di aggettivi eccezionali.

Quello che mi ha colpito non poco è stata la qualità dell’attenzione. Come ascoltavano. Come correggevano. Come hanno deciso che una parola non andava bene e hanno cercato un’alternativa senza mollare. Come si contraddicevano senza smettere di lavorare insieme.

L’inclusione vera, quella che non è solo un comunicato stampa, comincia quando smettiamo di stupirci che qualcuno abbia qualcosa da dire sul mondo, e iniziamo finalmente ad ascoltarlo. In quella stanza non c’era nulla di astratto: c’erano risate, esitazioni, intuizioni, coraggio. E c’era la fiducia reciproca di un gruppo che aveva imparato a lavorare insieme.

L’intelligenza artificiale, in tutto questo, ha fatto la parte che le spetta: si è fatta da parte quando non serviva, e ha aiutato quando qualcuno glielo chiedeva. La tecnologia diventa umana solo quando non sostituisce la relazione, ma la accompagna. Serve se aiuta a formulare una domanda, se rende più accessibile un’informazione, se accende partecipazione senza rubare la scena. La tecnologia, da sola, non salva nessuno. Ma può diventare una buona alleata quando restituisce voce, tempo, coraggio.


La verità, più o meno
La verità, più o meno

Fuori, la domanda su Borgata Aurelia resta aperta. C’è chi segnala i limiti dei collegamenti, chi chiede garanzie sulla continuità dei finanziamenti oltre il 2026, chi si interroga sul rischio che la collocazione periferica si trasformi in un confine invisibile ma reale. Sono domande legittime, importanti, che meritano risposte concrete da chi governa.

Ma dentro quella stanza si vedeva già una risposta parziale e concreta: il diritto di questi ragazzi a stare pienamente nel presente. Non tutelati dal mondo, ma dentro il mondo, con i suoi cavi sottomarini e le sue tensioni geopolitiche, con le sue notizie che vanno lette, discusse e corrette, con la sua complessità che non si semplifica ma si avvicina, un pezzo alla volta, insieme.


Alla fine della giornata, lo schermo mostrava ancora la prima pagina abbozzata del giornale. Titolo in alto, qualche articolo, un’immagine generata che alla fine, dopo discussione, era stata approvata. Niente polpi. Qualcosa di più sobrio, più diretto.

La Verità (più o meno).

Ci ho ripensato dopo, tornando a casa. Il vero titolo del pezzo, mi sembrava, non era quello del giornale. Era la scoperta che, quando vengono messi nelle condizioni di parlare, i ragazzi non chiedono di essere portati fuori dal mondo bensì chiedono di entrarci fino in fondo.

E lo fanno con una precisione e un’ironia che, onestamente, sarebbe utile imitare.

Immergiti in un flusso di ispirazione, conoscenza e connessione umana digitale.

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