Palantir, le pietre veggenti del XXI secolo

Palantir, le pietre veggenti del XXI secolo


Storia, potere e ombre dell’azienda che vuole
“difendere l’Occidente”

Palantir non è solo una tech company: è l’infrastruttura invisibile che collega guerra, sanità, finanza e confini attraverso i dati. Difende davvero “l’Occidente” o ne ridisegna la democrazia dall’interno, a colpi di algoritmi?


1. Un’azienda che sembra uscita da Tolkien

Quando ho iniziato a studiare Palantir, mi ha colpito una cosa prima di tutte le altre: il nome. Non è un acronimo tecnico, non è il solito inglese aziendalese, è un riferimento esplicito ai palantíri di Tolkien, le “pietre veggenti” che permettevano di vedere a distanza ma che potevano anche ingannare, sedurre, manipolare chi le usava male o senza consapevolezza. Un’immagine potente per un’azienda che costruisce software in grado di integrare dati militari, sanitari, finanziari e sociali in un’unica lente algoritmica sul mondo.

Palantir Technologies nasce nel 2003, negli Stati Uniti, fondata da Peter Thiel, Alex Karp, Nathan Gettings, Joe Lonsdale e Stephen Cohen, con l’idea di portare la logica dell’antifrode di PayPal nel mondo dell’intelligence dopo l’11 settembre: individuare pattern sospetti in mezzo a immense quantità di dati e “connettere i puntini” meglio e più velocemente degli esseri umani.

Fin dall’inizio la società viene finanziata anche da In-Q-Tel, il braccio di venture capital della CIA, e lavora a stretto contatto con il Pentagono e le agenzie di intelligence statunitensi in Afghanistan e Iraq. È un imprinting che non la lascerà più, neanche quando – anni dopo – Palantir proverà a presentarsi come partner neutrale per ospedali, aziende energetiche, catene retail e banche.

Se oggi Palantir è quotata a Wall Street, con sede a Denver e quasi tre miliardi di dollari di ricavi annui nel 2024, in crescita del 29 per cento su base annua, lo deve al fatto di essere diventata una sorta di infrastruttura invisibile dell’Occidente: dagli apparati militari alla sanità pubblica, dal controllo delle frontiere alla gestione delle catene di fornitura, passando per la guerra in Ucraina.

In questo articolo voglio raccontare questa traiettoria con uno sguardo da umanista digitale: affascinato dalla potenza della tecnologia, ma profondamente inquieto di fronte alle sue implicazioni politiche, etiche e antropologiche.


2. Le origini: da PayPal alla “missione anti-terrorismo”

L’idea di Palantir nasce in un terreno comune a molte storie della Silicon Valley: un successo tecnologico precedente, un problema più grande da affrontare, un’impronta ideologica forte sul rapporto tra potere, mercato e sicurezza.

Dopo il successo di PayPal, Peter Thiel vede nella tecnologia di rilevazione delle frodi un modello replicabile su scala geopolitica. Se un algoritmo può scoprire connessioni tra transazioni fraudolente apparentemente scollegate, perché non potrebbe aiutare anche le agenzie di intelligence a scovare reti terroristiche, riciclaggio, traffici clandestini?

Per sviluppare questa visione, Thiel chiama Alex Karp, ex compagno di Stanford, dottorato in filosofia sociale a Francoforte, influenzato da Marx e dalla teoria critica, che diventerà il CEO-filosofo dell’azienda. È lui a tenere insieme, almeno nella narrazione pubblica, l’idea di una tecnologia che “difende l’Occidente” senza, in teoria, sacrificare i principi dello stato di diritto.

Nei primi anni, Palantir costruisce e raffina un prodotto chiave: Palantir Gotham, una piattaforma per integrare dati di intelligence eterogenei, visualizzare connessioni tra persone, luoghi, eventi, e supportare analisti e militari nelle decisioni operative. Gotham diventa rapidamente il cuore del rapporto con CIA, NSA, FBI, Dipartimento della Difesa e poi con molte agenzie alleate.

La promessa iniziale è seducente:

“Ridurre il terrorismo preservando le libertà civili”

Ma già qui si apre il primo grande paradosso da umanista digitale: come si fa a promettere libertà civili in un modello che vive di integrazione massiva di dati sensibili, spesso opachi per le persone coinvolte?


3. I prodotti: Gotham, Foundry, Apollo, AIP

L’infrastruttura software che vuole vedere tutto

Per capire davvero Palantir, bisogna guardare alla sua architettura di piattaforma, non solo ai singoli contratti.

  • Gotham: è il sistema pensato per intelligence, difesa, polizia. Combina basi dati frammentate, spesso classificate, in un unico ambiente in cui analisti possono costruire grafi di relazioni, ricostruire reti, sequenze di eventi, catene logistiche. È stato utilizzato, tra l’altro, da ICE, il Dipartimento di Sicurezza Interna, forze armate USA e molte agenzie straniere.
  • Foundry: è la versione “civile” e aziendale. Prende gli stessi principi di integrazione dati, ma li applica a filiere industriali, sistemi sanitari, logistica, finanza. Il cuore concettuale è l’Ontologia di Foundry, un livello semantico che trasforma tabelle e flussi in “oggetti” del mondo reale: pazienti, ordini, navi, sensori, stabilimenti. È una sorta di gemello digitale dinamico dell’organizzazione, su cui girano workflow, simulazioni, analisi e modelli di machine learning.
  • Apollo: è il motore di distribuzione continua che permette a Gotham e Foundry di essere aggiornati e gestiti ovunque, dal cloud pubblico fino al “tactical edge”, cioè mezzi militari, sottomarini, ambienti a connettività intermittente.​
  • AIP – Artificial Intelligence Platform: dal 2023 Palantir integra in modo esplicito large language model e AI generativa nei suoi sistemi, con una piattaforma pensata esplicitamente per il dominio militare e governativo. AIP collega modelli linguistici con dati operativi, mappe, sensori, per proporre corsi d’azione militari, valutare minacce, coordinare risorse sul campo in tempo quasi reale. La demo pubblica mostra un flusso in cui un operatore chiede all’AI di analizzare un’area, identificare carri nemici, valutare munizioni disponibili, pianificare jamming delle comunicazioni avversarie e proporre scenari di attacco.

Da un punto di vista tecnologico, è un salto di qualità impressionante. Da un punto di vista etico, è una normalizzazione di fatto della guerra aumentata dall’AI, dove la distanza tra analisi e azione si accorcia e la capacità di controllo umano diventa il vero terreno di scontro.


Palantir difendere l'Occidente
Palantir difendere l’Occidente

4. Palantir in guerra: l’Ucraina come laboratorio di AI militare

La guerra in Ucraina è probabilmente il caso più emblematico per capire il ruolo globale di Palantir oggi. Alex Karp ha descritto apertamente il conflitto come l’occasione per “difendere l’Occidente” e dimostrare sul campo la potenza del suo software.

Secondo diverse inchieste, più di mezza dozzina di agenzie ucraine – tra cui Ministeri della Difesa, Economia, Istruzione e l’ufficio del Procuratore generale – usano le piattaforme Palantir. In ambito militare, strumenti come MetaConstellation e Gotham/AIP aggregano dati da satelliti commerciali, droni, radar, sensori termici, report dal terreno e fonti open source, per produrre una “kill chain digitale”: identificazione, tracciamento, prioritarizzazione dei bersagli, fino alla proposta automatizzata di opzioni di ingaggio.

In parallelo, lo stesso stack tecnologico viene usato per:

  • raccogliere prove di crimini di guerra, collegando immagini satellitari, spostamenti di truppe, testimonianze e contenuti social
  • pianificare lo sminamento di territori
  • gestire il reinsediamento di rifugiati e il contrasto alla corruzione.

Dal punto di vista dell’innovazione militare, Palantir diventa così una sorta di “AI arms dealer” dell’Occidente: un fornitore chiave di sistemi di decisione aumentata per NATO, Regno Unito, Ucraina, e sempre più governi europei.

Come umanista digitale, qui vedo il rischio di una svolta storica: la legittimazione di un modello in cui l’AI diventa l’interfaccia permanente tra Stati, guerra e gestione della popolazione, con enormi asimmetrie di potere per chi controlla la piattaforma.


5. Dalla guerra agli ospedali: sanità, pandemia e dati dei pazienti

La storia di Palantir non è solo militare. Durante il Covid, l’azienda si propone come partner per la gestione della crisi sanitaria, con una velocità che molti governi trovano irresistibile.

  • Negli Stati Uniti, il Dipartimento della Salute (HHS) assegna a Palantir contratti multimilionari per costruire HHS Protect, il sistema che aggrega dati da ospedali, stati, agenzie federali e fonti private per guidare le decisioni della task force della Casa Bianca su contagi, capacità ospedaliere, distribuzione di vaccini e dispositivi.
  • Nel Regno Unito, Palantir fornisce Foundry per la gestione di PPE, vaccini e pianificazione pandemica, inizialmente con un contratto simbolico da 1 sterlina, poi trasformato in un accordo da decine di milioni e infine nel contestatissimo appalto da circa 330 milioni di sterline per la Federated Data Platform (FDP) del NHS, una sorta di sistema operativo dei dati sanitari inglesi. Organizzazioni come OpenDemocracy e Foxglove avviano azioni legali e campagne di trasparenza, denunciando il rischio di concentrare enormi volumi di dati sensibili nelle mani di un fornitore con forti legami militari.
  • In Italia, il Policlinico Gemelli – spesso soprannominato “l’ospedale del Papa” – sceglie Palantir per progetti avanzati su intelligenza artificiale e data science sanitaria. L’installazione avviene su infrastruttura AWS a Milano, con rassicurazioni sul fatto che i dati non vengano trasferiti negli Stati Uniti e che il controllo resti in mano ai ricercatori italiani. Tuttavia, anche qui emergono interrogativi: quanto è sano affidare a un unico fornitore, per di più così vicino all’intelligence militare USA, pezzi di infrastruttura critica del nostro sistema sanitario?

Come ingegnere informatico e digital humanist, vedo un pattern chiaro: Palantir entra spesso nei sistemi pubblici attraverso situazioni di crisi – terrorismo, pandemia, guerra – offrendo soluzioni rapide dove gli apparati statali faticano a coordinarsi. Ma ogni volta, insieme ai benefici, crescono dipendenze tecnologiche e interrogativi sul controllo democratico.


6. Confini, polizia predittiva e lo spettro della sorveglianza

Se c’è un capitolo che cristallizza tutte le ambiguità di Palantir, è quello del controllo migratorio e della polizia predittiva.

6.1 ICE, deportazioni e “Immigration OS”

Negli Stati Uniti, Palantir lavora da anni con ICE, l’agenzia per l’immigrazione, fornendo piattaforme come FALCON e il sistema di Integrated Case Management per integrare dati biometrici, registri di arresto, licenze di guida, voli, comunicazioni e molto altro, permettendo di tracciare, indagare e coordinare arresti di migranti e richiedenti asilo.

Amnesty International ha denunciato il rischio concreto che Palantir contribuisca a violazioni dei diritti umani di migranti e rifugiati, facilitando raid sul lavoro, arresti di massa, separazioni familiari, con una responsabilità che non può essere scaricata solo sul committente pubblico.

Più recentemente, l’azienda è stata collegata allo sviluppo di un’“Immigration Lifecycle Operating System”, un sistema per tracciare in tempo reale gli spostamenti di persone da deportare più rapidamente, in una logica che molti osservatori hanno descritto come “Trump trade”, cioè un investimento che scommette sull’inasprimento delle politiche migratorie.

6.2 Polizia predittiva a New Orleans e oltre

Un altro caso emblematico è il programma segreto di predizione della criminalità a New Orleans, dove Palantir ha fornito software per mappare reti sociali di gang, storici criminali, relazioni geografiche e digitali, al fine di stimare la probabilità che certe persone commettessero o subissero violenza.

L’uso di social network analysis e algoritmi su dati storici, in un contesto già segnato da discriminazioni sistemiche, ha sollevato critiche feroci sul rischio di perpetuare e amplificare bias razziali, trasformando l’idea fantascientifica di “pre-crimine” in prassi amministrativa.

Qui la critica di Shoshana Zuboff sulla surveillance capitalism, il capitalismo della sorveglianza che trasforma l’esperienza umana in materia prima per previsioni comportamentali, trova una risonanza inquietante. Palantir si muove precisamente su quel confine in cui analisi predittiva, controllo sociale e governance algoritmica si intrecciano in modo quasi inseparabile.


7. Numeri, potere e parole: Palantir come infrastruttura dell’Occidente

Sul piano economico, Palantir è ormai una realtà consolidata. Dopo la quotazione diretta in Borsa nel 2020, con una valutazione iniziale di circa 21 miliardi di dollari, l’azienda ha continuato a crescere, spostando la sede da Palo Alto a Denver e ampliando una base clienti che nel 2024 conta oltre 700 organizzazioni.

Nel 2024:

  • i ricavi totali raggiungono circa 2,87 miliardi di dollari, +29% rispetto al 2023
  • il segmento governativo pesa circa il 55% del fatturato, con 1,57 miliardi
  • il segmento commerciale arriva a 1,30 miliardi, con una crescita annua di quasi il 30 per cento e un forte traino del mercato USA.

Alex Karp non nasconde l’identità politica dell’azienda. In più occasioni ha ribadito che la missione di Palantir è “difendere l’Occidente” e che chi non è d’accordo con la collaborazione stretta con eserciti e governi dovrebbe semplicemente “non lavorare qui”. È una presa di posizione che la distingue da altre big tech che preferiscono un linguaggio più neutro mentre forniscono comunque infrastrutture critiche a Stati e militari.

Questa trasparenza ideologica, se da un lato è meno ipocrita, dall’altro rafforza il quadro di una tecnologia schierata, non neutrale, che pretende di incarnare una particolare visione di civiltà, sicurezza e ordine. Come umanista digitale, qui vedo la necessità urgente di una contro-narrazione europea e globale, capace di progettare infrastrutture dati che mettano al centro diritti, trasparenza, controllabilità, partecipazione.


8. Proteste, resistenze e il punto di vista dei diritti

Palantir non è solo potere. È anche contestazione.

Negli anni, dipendenti, ex dipendenti, attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno manifestato contro i contratti con ICE, con l’esercito israeliano, con agenzie impegnate in deportazioni e operazioni ad alto impatto sui civili. Nel 2019 oltre 200 dipendenti scrivono a Karp per criticare il ruolo dell’azienda nelle operazioni di ICE, mentre davanti agli uffici di Palo Alto e New York si susseguono proteste pubbliche.

Organizzazioni come Amnesty International, MediaJustice, Mijente, OpenDemocracy, Foxglove e molte altre chiedono due cose fondamentali:

  1. trasparenza piena sui contratti, sulle basi dati coinvolte, sugli algoritmi e sui flussi decisionali
  2. strumenti effettivi di accountability e rimedio per le persone colpite da errori, abusi, profilazioni scorrette.

La verità è che queste richieste toccano non solo Palantir, ma l’intero ecosistema della governance algoritmica. Tuttavia Palantir, per la sua vicinanza strutturale a guerra, confini, polizia e sanità, diventa un simbolo particolarmente potente nel dibattito sui limiti accettabili della tecnologia.


9. Uno sguardo da umanista digitale: cosa ci insegna il “caso Palantir”

Guardando alla storia e all’influsso mondiale di Palantir, io vedo almeno tre lezioni chiave.

9.1 Le piattaforme infrastrutturali sono nuove forme di potere sovrano

Chi controlla le piattaforme che integrano dati di interi Stati, eserciti, sistemi sanitari, banche, non ha solo un potere economico, ma un potere epistemico e operativo: decide che cosa diventa visibile, che cosa viene correlato, quale versione del mondo appare sullo schermo dei decisori. In questo senso, Palantir è parte di una nuova aristocrazia infrastrutturale, a metà tra Stato, mercato e complesso militare-industriale.

9.2 La retorica della “difesa dell’Occidente” rischia di anestetizzare il dibattito democratico

Invocare la difesa dell’Occidente come scudo assoluto, in un contesto di crisi continue, produce un clima in cui è facile accettare ogni estensione del potere di sorveglianza purché “nostro” e “contro i nemici”. Da umanista digitale, credo invece che il vero terreno di difesa sia la capacità di mantenere processi democratici e diritti fondamentali anche sotto stress, proprio quando la paura spinge verso scorciatoie tecnocratiche.

9.3 Dobbiamo costruire contro-infrastrutture umaniste

Non basta criticare Palantir. Serve immaginare e costruire:

  • piattaforme pubbliche o cooperative con governance trasparente
  • standard legali e tecnici per garantire audit, spiegabilità, tracciabilità delle decisioni algoritmiche
  • percorsi educativi per formare cittadini e decisori capaci di comprendere come funzionano questi sistemi.

In altre parole, Palantir ci costringe a una domanda radicale: quale rapporto vogliamo tra dati, potere e dignità umana?
La risposta, se non la costruiamo consapevolmente, sarà scritta da pochi attori privati connessi ai centri di potere militare e finanziario.

Perchè Palantir?

C’è una connessione precisa e voluta: il nome di Palantir Technologies viene proprio da quelle che Tolkien chiama «Pietre Veggenti», i famosi palantír de Il Signore degli Anelli.

I palantír di Tolkien: occhi di cristallo sul mondo

Nell’universo di Tolkien, i palantír sono sette (o forse più) grandi sfere di cristallo indistruttibile, create dagli elfi e usate dai re dei Dúnedain della Terra di Mezzo per comunicare tra le distanze e osservare luoghi e persone lontane. Con il loro nome in lingua elfica Quenya, Palantír significa letteralmente “coloro che sorvegliano da lontano”.

Queste pietre hanno un potere formidabile: permettono di vedere immagini lontane e di comunicare con altri utenti in tempo reale, come un sistema di videochiamate e controllo via sfera di cristallo. Ma sono anche pericolose: chi le usa impara a fidarsi troppo della visione e si esaurisce nello sforzo di controllare tutto, perdendo la saggezza, la pazienza e la capacità di comprendere la realtà dal di fuori.

  • A Orthanc, Saruman le usa per spiare i vicini e poi si fa manipolare da Sauron, che sceglie cosa mostrargli; la sua brama di conoscenza lo rovina e lo trasforma da “Bianco” a “Grigio” e infine a venduto.
  • A Minas Tirith, Denethor le usa per scoprire le forze nemiche, ma Sauron filtra le visioni e gli mostra solo la propria forza, portandolo alla disperazione e al suicidio.
  • Persino il giovane Pippin prova a guardarci dentro per curiosità, e rischia di rivelare la Compagnia dell’Anello a Sauron stesso.​

In sostanza, Tolkien presenta i palantír come un simbolo potente: il potere di vedere è anche un potere di corrompere, soprattutto se chi guarda non ha la forza d’animo e la saggezza per non fidarsi ciecamente di quello che vede.

Perché i fondatori di Palantir hanno scelto quel nome

I fondatori di Palantir, tra cui Peter Thiel e Alex Karp, hanno scelto il nome apposta: volevano un nome che evocasse precisamente l’idea di una piattaforma che vede tutto, che collega dati apparentemente scollegati, e che permette «di vedere da lontano» cosa accade in un mondo complesso.

  • Palantir, con i suoi software come Gotham e Foundry, costruisce sistemi che integrano dati militari, sanitari, finanziari e di polizia per dare a governi e aziende una «visione d’insieme» sui fatti, sulle persone e sui rischi.
  • Dal punto di vista tecnologico, è l’equivalente digitale dei palantír: un’infrastruttura che permette di sorvegliare, anticipare, decidere e agire, in un solo schermo, in tempo reale.

Il paradosso del nome

Quello che molti notano è un paradosso:

  • Per i fondatori, il nome dice: “Siamo la pietra che fa vedere la verità, che aiuta a difendere l’ordine e la civiltà”.
  • Per critici e avversari, il nome ricorda invece che “la pietra che vede tutto è anche quella che può essere usata per la sorveglianza di massa, per la manipolazione, per la guerra e per la deportazione, proprio come hanno fatto Saruman e Denethor”.

Insomma, il nome Palantir non è un dettaglio di marketing: è un’autodichiarazione di missione e di rischio, un invito a chiedersi costantemente, come facciamo con le pietre veggenti tolkieniane, quale saggezza e quale responsabilità ci vuole quando si ha in mano il potere di vedere il mondo intero.

https://www.wired.it/article/ice-palantir-collaborazione-sistema-ai-segnalazioni-repressione-immigrazione/?utm_source=flipboard&utm_content=user%2FWiredItalia

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