Il neuroscienziato Jared Cooney Horvath ha spiegato ai senatori statunitensi che questa generazione mostra declini in quasi tutti i domini cognitivi che possiamo misurare: attenzione, memoria, capacità di lettura, abilità di calcolo, problem solving, quoziente intellettivo generale. In Italia il quadro non è diverso, anzi forse è ancora più preoccupante: il QI medio degli adolescenti è sceso di 6 punti negli ultimi venticinque anni.
Per oltre un secolo abbiamo vissuto nell’illusione rassicurante dell’effetto Flynn, quel fenomeno per cui ogni generazione risultava più intelligente della precedente di circa tre punti per decennio. Ora quella curva ascendente si è spezzata, invertita, e ci troviamo a guardare un precipizio cognitivo che non avevamo previsto.
Il grido che sento ogni giorno e che nessuno vuole ascoltare
C’è una frase che mi tormenta, una di quelle che sento ripetere con una frequenza quasi rituale nei corridoi, nelle aule, nei messaggi che arrivano a tutte le ore: “Prof., ha un’ora per me a brevissimo? È stata definita una nuova verifica nell’immediato”.
Ogni volta che ascolto queste parole sento qualcosa stringersi dentro, perché non è la richiesta di aiuto di uno studente pigro o furbo, è il sintomo di una malattia sistemica che sta divorando la scuola dall’interno. È il grido disperato di chi è stato addestrato non a imparare ma a sopravvivere, non a costruire sapere ma a scavallare ostacoli, non a coltivare la propria mente ma a performare nell’immediato per poi dimenticare tutto il giorno dopo.
Quello che vedo quotidianamente è un sistema educativo che ha rinunciato alla continuità, che non costruisce più percorsi calibrati sulle caratteristiche reali degli studenti, che ha sostituito l’apprendimento profondo con una corsa esasperata verso il prossimo test. Tutto è diventato estemporaneo, frammentato, usa e getta.
La memoria a medio e lungo termine, quella che permette di sedimentare conoscenze e costruire reti di significato, non viene più sollecitata. Non si parla più di accrescimento culturale, di sviluppo del pensiero critico, di intelligenza emozionale. L’unico obiettivo sembra essere superare la verifica, qualunque essa sia, con qualunque mezzo, per poi resettare tutto e ricominciare da capo.
La società che vive di nostalgie mentre affoga nel presente
Mi rendo conto che stiamo vivendo in una bolla temporale paradossale. Da un lato continuiamo a coltivare una visione della scuola profondamente ancorata al Novecento, fatta di trasmissione verticale dei saperi, di valutazioni quantitative che misurano la capacità di riprodurre contenuti più che di elaborarli criticamente, di discipline separate e incomunicanti come se il mondo fuori dalle aule non fosse fatto di problemi complessi che richiedono saperi intrecciati. Dall’altro lato, fuori da queste mura che fingiamo solide, l’intelligenza artificiale sta ridefinendo alla radice cosa significhi sapere, apprendere, pensare.
E qui emerge il paradosso più lacerante che mi tiene sveglio la notte: proprio quando l’AI impone con la sua accelerazione vertiginosa il diktat dell’apprendimento continuo, la scuola continua ostinatamente a fare l’opposto. Invece di formare menti flessibili, capaci di apprendere autonomamente per tutta la vita, capaci di adattarsi, di interrogare criticamente le fonti, di costruire ragionamenti complessi che nessun algoritmo può replicare, stiamo producendo studenti sempre più fragili cognitivamente, sempre più dipendenti da contenuti preconfezionati, sempre più incapaci di quella profondità che distingue l’intelligenza umana dalla mera elaborazione di dati.
Gli schermi che hanno promesso di salvarci e che invece ci stanno affondando
Le ricerche raccontano una storia che avremmo dovuto leggere molto prima. Quando gli schermi hanno invaso le aule con la promessa di una rivoluzione educativa, nessuno ha davvero interrogato il cervello umano su cosa ne pensasse. Horvath ha studiato ottanta paesi e il verdetto è impietoso: i risultati educativi peggiorano progressivamente da sei decenni, man mano che aumenta la tecnologia nelle classi.
Gli studenti che usano computer per cinque ore al giorno esclusivamente per attività scolastiche ottengono punteggi significativamente inferiori rispetto a chi usa raramente o mai la tecnologia a scuola. Negli Stati Uniti, quando gli stati hanno lanciato programmi ambiziosi basati sul principio “un dispositivo per ogni studente”, i risultati non sono migliorati: sono stagnati o sono crollati rapidamente.
Il problema non è la tecnologia in sé, lo dico con la consapevolezza di chi si definisce umanista digitale e crede fermamente nel potenziale democratizzante del sapere digitale. Il problema è come la stiamo usando. I dispositivi digitali incoraggiano quello che gli esperti chiamano “skimming”, una lettura superficiale che sfiora i testi senza mai immergersi davvero, senza mai costruire quella comprensione profonda che nasce dall’attenzione sostenuta.
Quando più della metà del tempo da svegli di un adolescente viene passato a fissare uno schermo, il cervello si abitua a elaborazioni rapide, frammentate, superficiali. Si perde la capacità di mantenere l’attenzione su argomenti complessi, di seguire ragionamenti articolati, di costruire quelle memorie a lungo termine che sono la base di ogni vero apprendimento.

Il deserto della lettura e la morte del pensiero complesso
I numeri parlano una lingua crudele ma inequivocabile. In Italia solo il trentacinque per cento dei ragazzi tra undici e diciannove anni legge almeno un libro l’anno, contro il sessanta per cento degli anni Ottanta. Non è un semplice cambiamento di abitudini, è il collasso di una pratica culturale fondamentale.
La lettura profonda, quella che richiede tempo, concentrazione, immersione totale in mondi altri, è la palestra del pensiero complesso. È attraverso la lettura che impariamo a seguire ragionamenti articolati, a costruire mappe mentali sofisticate, a sviluppare quella che gli psicologi chiamano teoria della mente, la capacità di comprendere prospettive diverse dalla nostra.
Quando questa pratica scompare, sostituita da clip di pochi secondi e sintesi che comprimono libri interi in frasi sommarie, non perdiamo solo una competenza tecnica. Perdiamo la capacità stessa di pensare in modo profondo, di costruire argomentazioni solide, di distinguere tra informazione e conoscenza, tra dato e significato. E non è un caso che il declino sia particolarmente accentuato nelle abilità verbali e nel vocabolario. Il linguaggio è lo strumento del pensiero, quando impoveriamo il primo impoveriamo inevitabilmente anche il secondo.
L’inversione dell’effetto Flynn e la responsabilità che non possiamo più ignorare
Per oltre un secolo ogni generazione è stata più intelligente della precedente grazie a miglioramenti nella nutrizione, nell’istruzione, nella sanità pubblica. Questo trend costante aveva un nome, effetto Flynn, dal ricercatore che per primo lo aveva documentato. A partire dai nati nel millesettecentosettantacinque quella curva ha iniziato a invertirsi, con un declino di circa sette punti per generazione. Non è un fenomeno genetico, voglio essere chiaro su questo.
La ricerca ha escluso i fattori familiari come il numero di componenti del nucleo, il tipo di educazione ricevuta, i fenomeni migratori. Quello che resta sono fattori ambientali modificabili: formazione scolastica inadeguata, uso eccessivo di videogiochi e internet, drastica diminuzione della lettura, introduzione massiccia di tecnologia educativa che non rispetta i tempi e i modi con cui il cervello umano apprende realmente.
Quando leggo questi dati sento il peso di una responsabilità collettiva che non possiamo più eludere. Stiamo costruendo un futuro in cui le persone arrivano all’età adulta con strumenti cognitivi più deboli proprio quando il mondo richiede maggiore complessità di pensiero. È una contraddizione insostenibile, una bomba a orologeria sociale che ticchetta nei nostri silenzi educativi.
L’intelligenza artificiale come specchio delle nostre contraddizioni
L’intelligenza artificiale ha accelerato tutto in modo vertiginoso. Ha ridefinito professioni, ha cambiato il modo in cui accediamo all’informazione, ha reso obsolete competenze che sembravano eterne. E proprio in questo tsunami di cambiamento ha imposto un nuovo imperativo esistenziale: l’apprendimento continuo. Non più imparare una volta per sempre, ma imparare continuamente, adattarsi, riqualificarsi, evolvere. È quello che tutti chiamano lifelong learning, ed è l’unica risposta sensata a un mondo che muta più velocemente della nostra capacità di comprenderlo.
Ma ecco il cortocircuito tragico: questo apprendimento continuo è completamente disatteso dalla scuola e praticamente sconosciuto agli studenti. Continuiamo a formare ragazzi come se dovessero immagazzinare un corpus fisso di conoscenze da spendere per tutta la vita, quando invece dovremmo insegnare loro come si impara, come si interrogano le fonti, come si costruisce senso dal caos informativo, come si sviluppa quella muscolatura cognitiva che permette di affrontare l’ignoto con strumenti critici solidi.
L’AI stessa, quando viene usata come sostituto del pensiero invece che come amplificatore di capacità, erode ulteriormente questa muscolatura cognitiva. Se i nostri studenti imparano a delegare agli algoritmi non solo i calcoli ma anche i ragionamenti, non solo la ricerca delle informazioni ma anche la loro valutazione critica, stiamo creando una generazione di consumatori passivi di output algoritmici invece che di utilizzatori consapevoli e critici della tecnologia.
Il grido di aiuto che dobbiamo finalmente ascoltare
Torno a quel “Prof., ha un’ora per me?” che sento ripetere così spesso. Ora lo vedo con occhi diversi, più disincantati ma anche più compassionevoli. Non è furbizia, non è mancanza di impegno. È il risultato inevitabile di un sistema che ha tradito la sua missione fondamentale.
Questi ragazzi hanno interiorizzato perfettamente le regole del gioco che abbiamo costruito per loro: l’obiettivo è superare il test, non comprendere il sapere; memorizzare temporaneamente, non costruire conoscenza; performare nell’immediato, non sviluppare competenze durature.
Sono stati addestrati a un modello di sopravvivenza accademica, non di crescita intellettuale. E ora si ritrovano in un mondo che chiede loro esattamente ciò che la scuola non ha mai insegnato: pensare criticamente, apprendere autonomamente, adattarsi continuamente, costruire significato in mezzo all’abbondanza informativa, distinguere il vero dal verosimile, il profondo dal superficiale.
Verso una pedagogia dell’umano nell’era delle macchine intelligenti
Come umanista digitale convinto che la tecnologia possa democratizzare il sapere se guidata da principi etici solidi, rifiuto sia il tecnoutopismo acritico sia il tecnopessimismo nostalgico. La soluzione non sta nel bandire gli schermi dalle aule né nel tornare romanticamente a una scuola che non esiste più e forse non è mai esistita nella forma idealizzata che ci piace ricordare. La soluzione sta in un ripensamento radicale di cosa significhi educare nell’era dell’intelligenza artificiale.
Dobbiamo rimettere al centro le pratiche che costruiscono profondità cognitiva: la lettura lenta e immersiva di testi complessi, la scrittura argomentata che costringe a organizzare il pensiero in modo coerente, il dialogo socratico che insegna a interrogare e interrogarsi, l’errore come spazio prezioso di apprendimento invece che come fallimento da nascondere. Dobbiamo ridurre drasticamente l’uso passivo della tecnologia in aula, quello che trasforma gli studenti in spettatori del proprio apprendimento, e privilegiare invece l’interazione umana, il confronto, la costruzione collaborativa del sapere.
L’intelligenza artificiale deve entrare nelle scuole non come dispensatore di contenuti premasticati o come sostituto dell’insegnante, ma come amplificatore di capacità critica. Dobbiamo insegnare ai nostri studenti a interrogare gli algoritmi, a chiedere alle macchine di rendere conto delle loro risposte, a verificare le fonti, a costruire quei ragionamenti complessi e contestualizzati che nessun modello linguistico può realmente replicare perché richiedono esperienza vissuta, intelligenza emozionale, capacità di dare senso che sono profondamente e ineludibilmente umane.
La memoria come fondamento dell’intelligenza
Dobbiamo smettere di trattare la memoria come un optional o peggio come un ostacolo all’innovazione didattica. La memoria a medio e lungo termine non è nozionismo, è l’infrastruttura del pensiero complesso. È impossibile pensare criticamente su argomenti di cui non si possiede una conoscenza sedimentata. È impossibile fare connessioni trasversali tra discipline se non si hanno ancoraggi stabili in ciascuna di esse. È impossibile sviluppare quella che chiamiamo saggezza se ogni nuova informazione resta isolata, sconnessa, destinata a evaporare appena superato il test del momento.
Sollecitare sistematicamente la memoria a lungo termine significa costruire reti di significato sempre più dense e articolate, significa dare agli studenti gli strumenti per navigare la complessità invece che subirla passivamente. Significa formare menti capaci di apprendimento autonomo perché sanno come si connettono i saperi, come si costruiscono ipotesi, come si verifica la coerenza di un ragionamento.
L’intelligenza emozionale come bussola nell’incertezza
C’è una dimensione che stiamo trascurando in modo ancora più grave: l’intelligenza emozionale. Non parlo di generiche competenze trasversali da inserire nei documenti ministeriali, parlo della capacità profonda di riconoscere e gestire le proprie emozioni, di comprendere quelle altrui, di costruire relazioni significative, di prendere decisioni etiche in contesti di incertezza.
Questa intelligenza non si sviluppa attraverso quiz a risposta multipla o tutorial su YouTube. Si sviluppa attraverso l’esperienza relazionale, il confronto con l’alterità, la riflessione guidata su situazioni complesse che non hanno una sola risposta giusta.
In un mondo sempre più automatizzato, dove le macchine gestiranno una quota crescente di compiti cognitivi routinari, l’intelligenza emozionale diventa forse l’ultima frontiera distintivamente umana. Ma come possiamo svilupparla se passiamo più della metà del nostro tempo da svegli davanti a schermi che mediano e filtrano ogni interazione, che ci proteggono dall’imbarazzo del contatto diretto ma ci privano anche della ricchezza dell’esperienza non mediata?
Il tempo lungo contro la tirannia dell’immediato
Viviamo nella tirannia dell’immediato. Tutto deve essere rapido, sintetico, immediatamente consumabile. Ma l’apprendimento profondo richiede tempo lungo, richiede sedimentazione, richiede quella lentezza che oggi scambiamo per inefficienza. Quando uno studente mi chiede un’ora per prepararsi a una verifica imminente, non sta chiedendo solo un aiuto pratico. Sta manifestando l’impossibilità strutturale di apprendere davvero in un sistema che ha fatto della velocità e della frammentazione i suoi principi organizzativi.
Dobbiamo rallentare. Dobbiamo avere il coraggio di coprire meno contenuti ma di esplorarli in profondità. Dobbiamo sostituire la logica della copertura del programma con quella della costruzione di competenze trasferibili. Meglio che gli studenti padroneggino davvero pochi concetti fondamentali e sappiano applicarli in contesti diversi, piuttosto che abbiano attraversato superficialmente decine di argomenti destinati a evaporare dalla memoria appena concluso l’anno scolastico.
L’apprendimento continuo come pratica di libertà
L’apprendimento continuo che l’AI ci impone non può essere ridotto a semplice aggiornamento tecnico di competenze digitali. Deve essere inteso come pratica di libertà, come coltivazione permanente dell’umano. Significa sviluppare quella curiosità intellettuale che spinge a interrogare il mondo invece che accettarlo passivamente.
Significa costruire quella flessibilità mentale che permette di cambiare idea di fronte a nuove evidenze senza sentirsi minacciati nella propria identità. Significa coltivare quella capacità di dare senso che ci permette di orientarci nell’incertezza invece che paralizzarci di fronte ad essa.
Ma tutto questo richiede basi solide, richiede quella profondità cognitiva che stiamo sistematicamente erodendo. Un edificio alto richiede fondamenta profonde. Se continuiamo a costruire sulle sabbie mobili della memorizzazione a breve termine e dell’apprendimento superficiale, non possiamo stupirci se l’edificio crolla al primo vento forte. E i venti dell’AI soffiano già fortissimi, destinati solo a intensificarsi.
Il rischio di una società cognitivamente impoverita
Quello che mi spaventa davvero, al di là dei numeri e delle statistiche, è il profilo di società che stiamo costruendo. Una società in cui porzioni crescenti della popolazione non hanno gli strumenti cognitivi per comprendere la complessità del mondo in cui vivono, per valutare criticamente le informazioni che ricevono, per partecipare in modo consapevole ai processi democratici. Una società in cui l’accesso al pensiero profondo diventa privilegio di élite mentre la maggioranza si accontenta di consumare contenuti premasticati e delegare agli algoritmi decisioni che dovrebbero essere profondamente personali.
Non è un futuro distopico di fantascienza, è una possibilità concreta che si realizza ogni giorno nelle nostre aule, nelle nostre case, nei nostri modi di relazionarci con il sapere. Quando accettiamo che gli studenti non leggano più, quando rinunciamo a sollecitare la loro memoria a lungo termine, quando sostituiamo l’approfondimento con la sintesi e il ragionamento con la risposta pronta, stiamo facendo scelte politiche nel senso più profondo del termine. Stiamo decidendo che tipo di cittadini vogliamo formare, che tipo di società vogliamo costruire.
La responsabilità che non possiamo delegare
Come educatore sento il peso di questa responsabilità ogni giorno. Non posso delegarla ai ministeri, ai dirigenti scolastici, alle piattaforme digitali, agli algoritmi. È una responsabilità che si gioca nell’interazione quotidiana con gli studenti, nelle scelte pedagogiche concrete, nella capacità di resistere alla pressione del “tutto e subito” per difendere invece lo spazio del tempo lungo e della profondità.
Quando un ragazzo mi chiede quell’ora per prepararsi alla verifica, posso semplicemente dargli una mano a memorizzare qualche nozione che dimenticherà il giorno dopo.
Oppure posso usare quella richiesta come occasione per una conversazione più ampia su cosa significhi davvero apprendere, su come si costruisce conoscenza duratura, su quali strategie possono aiutarlo non solo a superare quella specifica verifica ma a diventare un apprenditore autonomo per tutta la vita. La seconda strada è più faticosa, meno immediatamente gratificante, rischia di essere fraintesa. Ma è l’unica che ha senso in un’epoca che richiede apprendimento continuo.
L’umanesimo digitale come bussola
Mi definisco umanista digitale perché credo fermamente che la tecnologia, se guidata da principi etici e antropologici solidi, possa essere strumento di emancipazione e democratizzazione del sapere. Ma questo richiede di mettere sempre al centro la persona umana con la sua complessità, la sua fragilità, il suo bisogno di senso. Richiede di chiederci costantemente non “cosa può fare la tecnologia?” ma “cosa vogliamo che la tecnologia faccia per l’umano?”.
L’intelligenza artificiale può essere amplificatore di capacità umane o può essere protesi che atrofizza quelle stesse capacità. La differenza sta nell’uso che ne facciamo, nella pedagogia che costruiamo intorno ad essa, nella consapevolezza critica con cui la integriamo nei processi educativi.
Se usiamo l’AI per sostituire il pensiero degli studenti, per fornire risposte pronte invece che stimolare domande, per accelerare ulteriormente un sistema già insostenibilmente veloce, stiamo aggravando il problema. Se invece la usiamo per liberare tempo da dedicare all’approfondimento, per personalizzare i percorsi di apprendimento, per fornire feedback immediati che permettono agli studenti di correggere autonomamente i propri errori, allora stiamo costruendo qualcosa di potenzialmente rivoluzionario.
Il futuro che possiamo ancora scegliere
Non credo nei determinismi tecnologici. Non credo che il destino sia scritto nelle curve che mostrano il declino del QI o nell’invasione degli schermi nelle nostre vite. Credo invece che abbiamo ancora margini di scelta, ancora possibilità di invertire rotta se troviamo il coraggio di mettere in discussione assunti che sembravano granitici. Credo che possiamo costruire una scuola che forma menti profonde invece che superficiali, capaci di apprendimento continuo invece che di memorizzazione estemporanea, critiche invece che passive.
Ma questo richiede un cambiamento culturale prima ancora che normativo o tecnologico. Richiede che genitori, insegnanti, studenti, policy maker si confrontino onestamente su cosa vogliamo davvero dall’educazione. Richiede che smettiamo di inseguire mode pedagogiche e metriche quantitative per concentrarci invece su quella qualità dell’apprendimento che è difficile da misurare ma fondamentale per formare persone libere e consapevoli.
I dati sul declino cognitivo della Generazione Z non sono una condanna, sono un campanello d’allarme. Possiamo ignorarlo e continuare come se nulla fosse, oppure possiamo ascoltarlo e cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Io ho scelto da che parte stare, e continuerò a battermi perché la scuola torni a essere luogo di crescita intellettuale profonda invece che di addestramento alla performance immediata. Perché credo che l’intelligenza, quella vera, non possa essere delegata alle macchine. E perché credo che il futuro dell’umanità dipenda dalla nostra capacità di coltivare menti capaci di pensare, non solo di elaborare informazioni.
Domande Frequenti
Approfondimenti sul declino cognitivo della Generazione Z e il futuro dell’educazione nell’era dell’intelligenza artificiale
Il declino del quoziente intellettivo nella Generazione Z rappresenta un fenomeno storico senza precedenti legato principalmente a fattori ambientali modificabili. L’uso eccessivo di schermi favorisce una lettura superficiale chiamata skimming invece dell’immersione profonda nei testi, la tecnologia educativa comprime contenuti complessi in sintesi inadatte all’apprendimento profondo, la lettura di libri è crollata drammaticamente (in Italia solo il trentacinque per cento dei giovani legge almeno un libro all’anno contro il sessanta per cento degli anni Ottanta), e il sistema scolastico privilegia la memorizzazione temporanea per superare test invece dello sviluppo di competenze durature. Il cervello umano non è progettato per apprendere efficacemente da contenuti frammentati e superficiali tipici dell’ambiente digitale contemporaneo, e questa dissonanza sta producendo un impoverimento cognitivo misurabile in tutti i domini: attenzione, memoria, problem solving, abilità verbali e matematiche.
L’effetto Flynn prende il nome dal ricercatore che per primo documentò come, dal diciannovesimo secolo fino agli anni Novanta del Novecento, ogni generazione registrasse un aumento di circa tre punti di quoziente intellettivo per decennio. Questo trend costante era attribuito a miglioramenti progressivi nella nutrizione, nell’istruzione pubblica e nella sanità. Per la prima volta nella storia moderna questo fenomeno si è invertito a partire dai nati nel millenovecentosettantacinque, con un declino di circa sette punti per generazione. Le ricerche hanno escluso fattori genetici o familiari, identificando invece cause ambientali: l’introduzione massiccia di tecnologia nelle aule senza rispetto per i tempi naturali dell’apprendimento umano, il crollo della lettura profonda sostituita da consumo superficiale di contenuti digitali, un sistema educativo che privilegia la performance immediata su test standardizzati invece della costruzione di competenze trasferibili, e l’impoverimento delle pratiche che stimolano memoria a lungo termine e pensiero critico.
Le ricerche condotte su ottanta paesi mostrano che i risultati educativi peggiorano progressivamente da sei decenni man mano che aumenta la presenza di tecnologia nelle classi. Gli studenti che utilizzano computer per cinque o più ore al giorno esclusivamente per attività scolastiche ottengono punteggi significativamente inferiori rispetto a chi usa raramente o mai dispositivi tecnologici a scuola. I programmi basati sul principio “un dispositivo per ogni studente” hanno prodotto stagnazione o crollo dei risultati invece dei miglioramenti promessi. Il problema fondamentale risiede nel fatto che i dispositivi digitali incoraggiano modalità di elaborazione superficiale che compromettono l’attenzione sostenuta, la comprensione profonda, la costruzione di memorie a lungo termine e lo sviluppo di capacità di ragionamento complesso. Quando più della metà del tempo da svegli degli adolescenti viene passato davanti a schermi, il cervello si adatta a elaborazioni rapide e frammentate incompatibili con l’apprendimento profondo che richiede invece tempo lungo e immersione totale.
Il declino del quoziente intellettivo riflette e amplifica una crisi sistemica del modello educativo che ha sostituito l’apprendimento profondo con la performance immediata. Il sistema privilegia il superamento di test standardizzati invece della costruzione di competenze durature, insegna a memorizzare temporaneamente per poi dimenticare invece di sollecitare memoria a medio e lungo termine, frammenta il sapere in discipline incomunicanti invece di sviluppare capacità di connessione trasversale, e crea una cultura dell’estemporaneità dove l’obiettivo è “scavallare verifiche” anziché crescere intellettualmente. Gli studenti interiorizzano che devono performare nell’immediato piuttosto che comprendere profondamente, producendo quella richiesta tipica “Prof ho bisogno di un’ora per la verifica di domani” che manifesta l’impossibilità strutturale di apprendere davvero in un sistema ossessionato dalla velocità. La scuola mantiene una visione novecentesca di trasmissione verticale dei saperi proprio quando fuori dalle aule l’intelligenza artificiale sta ridefinendo radicalmente cosa significhi sapere e apprendere.
L’intelligenza artificiale ha creato un paradosso tragico: accelerando vertiginosamente il ritmo del cambiamento tecnologico e sociale, ha imposto l’apprendimento continuo come imperativo esistenziale proprio mentre la scuola continua a formare studenti alla memorizzazione passiva e all’apprendimento usa e getta. Mentre l’era dell’AI richiede capacità di pensiero critico per interrogare gli algoritmi, verifica consapevole delle fonti, costruzione di ragionamenti complessi che le macchine non possono replicare, e flessibilità cognitiva per adattarsi continuamente, il sistema educativo produce studenti cognitivamente più fragili, dipendenti da contenuti preconfezionati, incapaci di quella profondità che distingue l’intelligenza umana dalla mera elaborazione di dati. Quando l’AI viene usata come sostituto del pensiero invece che come amplificatore di capacità critiche, erode ulteriormente quella “muscolatura cognitiva” che permetterebbe di usare la tecnologia in modo consapevole. Senza basi profonde e capacità di apprendimento autonomo, i giovani rischiano di diventare consumatori passivi di output algoritmici invece che utilizzatori critici che sanno distinguere quando delegare e quando pensare autonomamente.
L’apprendimento continuo richiesto dall’era dell’AI non può essere ridotto a semplice aggiornamento tecnico di competenze digitali ma deve essere inteso come pratica permanente di libertà e coltivazione dell’umano. Significa sviluppare curiosità intellettuale che spinge a interrogare il mondo invece che accettarlo passivamente, costruire flessibilità mentale che permette di cambiare idea di fronte a nuove evidenze senza sentirsi minacciati, coltivare capacità di dare senso che aiuta a orientarsi nell’incertezza invece che paralizzarsi. Richiede pensiero critico per valutare fonti e interrogare algoritmi, capacità di costruire ragionamenti complessi e contestualizzati che nessuna macchina può replicare perché richiedono esperienza vissuta, intelligenza emozionale per gestire relazioni e prendere decisioni etiche, abilità di connettere saperi trasversalmente invece che rimanere prigionieri di compartimenti disciplinari. Ma tutto questo richiede fondamenta cognitive profonde: memoria a lungo termine che permette di costruire reti di significato, sedimentazione culturale che fornisce riferimenti stabili per navigare il cambiamento, capacità di attenzione sostenuta che permette di affrontare problemi complessi. Sono esattamente le competenze che il modello educativo test-centrico sta sistematicamente erodendo.
Invertire il declino cognitivo richiede un ripensamento radicale della pedagogia che rimetta al centro pratiche che costruiscono profondità invece che superficialità. Occorre ripristinare la lettura lenta e immersiva di testi complessi come pratica fondamentale, valorizzare la scrittura argomentata che costringe a organizzare il pensiero in modo coerente, reintrodurre il dialogo socratico che insegna a interrogare e interrogarsi, considerare l’errore come spazio prezioso di apprendimento invece che come fallimento da nascondere. Sul piano dell’uso tecnologico serve ridurre drasticamente l’uso passivo di dispositivi in aula che trasforma studenti in spettatori, privilegiare l’interazione umana e la costruzione collaborativa del sapere, integrare l’AI non come dispensatore di contenuti premasticati ma come amplificatore di capacità critica insegnando a interrogare gli algoritmi e verificare le fonti. Fondamentale è spostare la valutazione dalla memorizzazione temporanea alla costruzione di competenze trasferibili, sollecitare sistematicamente memoria a lungo termine attraverso la costruzione di reti di significato, sviluppare intelligenza emozionale attraverso esperienze relazionali non mediate, sostituire la logica della copertura del programma con quella dell’approfondimento di concetti fondamentali, insegnare l’apprendimento autonomo come competenza metacognitiva, avere il coraggio di rallentare e difendere il tempo lungo contro la tirannia dell’immediato.
La memoria a lungo termine non è nozionismo ma l’infrastruttura fondamentale del pensiero complesso e dell’intelligenza vera. È impossibile pensare criticamente su argomenti di cui non si possiede una conoscenza sedimentata, è impossibile fare connessioni trasversali tra discipline se non si hanno ancoraggi stabili in ciascuna di esse, è impossibile sviluppare saggezza se ogni nuova informazione resta isolata e disconnessa destinata a evaporare dopo il test. Sollecitare sistematicamente la memoria a lungo termine significa costruire reti di significato sempre più dense e articolate che permettono di riconoscere pattern, formulare ipotesi, verificare coerenza logica, contestualizzare informazioni. Fornisce agli studenti gli strumenti per navigare la complessità invece che subirla passivamente, forma menti capaci di apprendimento autonomo perché sanno come si connettono i saperi e come si costruiscono ragionamenti. Un edificio alto richiede fondamenta profonde: se continuiamo a costruire sulle sabbie mobili della memorizzazione a breve termine e dell’apprendimento superficiale, l’edificio cognitivo crolla al primo vento forte dell’incertezza e della complessità.
L’intelligenza emozionale rappresenta forse l’ultima frontiera distintivamente umana in un mondo dove le macchine gestiranno quote crescenti di compiti cognitivi routinari. Non si tratta di generiche competenze trasversali da inserire nei documenti ministeriali ma della capacità profonda di riconoscere e gestire le proprie emozioni, comprendere quelle altrui, costruire relazioni significative, prendere decisioni etiche in contesti di incertezza dove non esiste una sola risposta giusta. Questa intelligenza non si sviluppa attraverso quiz a risposta multipla o tutorial digitali ma attraverso l’esperienza relazionale diretta, il confronto con l’alterità, la riflessione guidata su situazioni complesse, l’immersione in narrazioni che permettono di sviluppare teoria della mente e comprensione di prospettive diverse. Quando più della metà del tempo da svegli viene passato davanti a schermi che mediano ogni interazione, ci priviamo della ricchezza dell’esperienza non mediata necessaria per sviluppare questa dimensione fondamentale dell’intelligenza. Nell’era dell’AI l’intelligenza emozionale diventa la capacità che più ci distingue dalle macchine e che più rende insostituibile il contributo umano in qualsiasi contesto professionale e sociale.
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Esplorazione dell’IA come straordinaria opportunità per migliorare l’apprendimento rendendolo più personalizzato, efficiente e inclusivo, con la necessità di un approccio equilibrato che coniughi innovazione, formazione docenti e pensiero critico.
Leggi l’ArticoloAI e apprendimento: Learning Agility come competenza chiave
Analisi della Learning Agility come capacità fondamentale per affrontare la trasformazione introdotta dall’IA: apprendere dall’esperienza, adattarsi al cambiamento e affrontare scenari complessi con flessibilità e mindset dinamico.
Leggi l’ArticoloStiamo diventando tutti più “rinco****niti”?
Riflessione provocatoria sull’effetto Flynn inverso e sulla sensazione diffusa di non riuscire più a “star dietro” alle cose, di sentirsi mentalmente stanchi, analizzando gli stressor dell’esistenza moderna e il calo del QI.
Leggi l’ArticoloGen Z e Millennial italiani tra AI, carovita e nuove paure
Rapporto Deloitte 2025 che fotografa le giovani generazioni italiane tra intelligenza artificiale, pressioni economiche e nuove paure globali. Giovani più selettivi, in cerca di equilibrio, benessere e sostenibilità.
Leggi l’ArticoloDa informatico a cercatore di senso
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Nota di trasparenza sull’uso dell’AI nel blog
In questo spazio digitale, dedicato alla comprensione critica dell’innovazione tecnologica, desidero condividere con chiarezza due aspetti importanti del lavoro che porto avanti.
Immagini generate con l’AI
La quasi totalità delle immagini presenti nel blog è generata tramite strumenti di intelligenza artificiale. Le utilizzo sia come supporto visivo sia come modo per sperimentare nuove forme di comunicazione creativa, coerenti con i temi trattati.
Un blog nato dalla scrittura… e trasformato dalla velocità dell’AI
Scrivere è sempre stata una mia passione. Dopo anni di appunti, riflessioni e sperimentazioni, tre anni fa è nato questo blog. Fin da subito, però, ho dovuto confrontarmi con una sfida evidente: l’incredibile accelerazione dell’evoluzione scientifica legata all’intelligenza artificiale rende complesso mantenere aggiornato un progetto di divulgazione che ambisce alla qualità e alla precisione.
Per questo, in coerenza con la mia missione di promuovere consapevolezza, oggi più che mai un elemento vitale, ho scelto di farmi affiancare da piattaforme di AI in molte fasi del lavoro editoriale. In particolare, l’AI mi supporta in:
- ricerca e verifica preliminare delle notizie
- organizzazione e strutturazione degli articoli
- creazione di sezioni HTML per FAQ e link alle fonti
- ideazione di infografiche
- esplorazione di titoli efficaci e pertinenti
L’obiettivo non è delegare il pensiero, ma amplificare la capacità di analisi e di sintesi, così da offrire contenuti sempre più chiari, accurati e utili.












