Una risposta a Valeria Lazzaroli , e a quel rigattiere che sapeva cosa stava facendo
Valeria, ti confesserò una cosa: ho letto il tuo post tre volte. Non perché fosse difficile, ma perché ogni volta che arrivavo alla fine mi ritrovavo a ricominciare dall’inizio, come quando si ascolta un brano musicale che lascia una nota sospesa nell’aria e non riesci a toglierla dalla testa.
Quel rigattiere aperto il primo maggio, giuro che c’è qualcosa di profondamente simbolico in questo. Come se il caso avesse deciso di partecipare alla Festa del Lavoro a modo suo, mettendo sul tuo cammino un volume del 1931 che parla di lavoro con una chiarezza disarmante. Io non credo molto alle coincidenze, credo molto di più alle convergenze significative. E questa lo è, eccome.
Il Corpo Come Prima Macchina da Comprendere
Quello che mi ha colpito profondamente nella tua riflessione è un dettaglio che sembra piccolo ma non lo è affatto: trentacinque movimenti dell’avambraccio al minuto. Centocinquanta delle dita. Cento dei muscoli masticatori.
Ci fermiano un attimo qui.
Nel 1931, qualcuno, un ricercatore, un osservatore, un umanista ante litteram in camice bianco riteneva così importante capire il corpo del lavoratore da contarne i movimenti con la precisione di un orologiaio svizzero. Non era taylorismo cieco, non era la macchina che divorava l’uomo. Era, come tu stessa intuisci con grande lucidità, un atto di rispetto fisiologico. Si studiava il corpo per proteggerlo, per non spezzarlo, per trovare il ritmo sostenibile tra fatica e produzione.
Io sono un umanista digitale, e quando leggo questa storia non posso fare a meno di chiedermi: dove sono finiti quei misuratori di movimenti? Oggi esistono ancora e si chiamano tracker del benessere, algoritmi di produttività, software di monitoraggio della performance , ma hanno perso qualcosa di essenziale lungo la strada. Hanno perso il corpo. Misurano output, non sforzo. Misurano risultati, non resistenza.
La Grande Invisibilità del Lavoro Cognitivo
Hai usato una parola che mi ha fermato: invisibile. Il corpo, nel lavoro contemporaneo, rischia di diventare invisibile nelle scelte organizzative. E hai ragione in modo quasi doloroso.
Lasciami aggiungere un dato concreto che rende questa invisibilità ancora più evidente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il burnout, il collasso da esaurimento del lavoro cognitivo, è stato riconosciuto ufficialmente come fenomeno occupazionale solo nel 2019. Nel 2019. Quasi novant’anni dopo che quei ricercatori contavano i movimenti dell’avambraccio di un operaio milanese. Ci sono voluti quasi cento anni per iniziare a misurare scientificamente la stanchezza che non si vede.
Questo ritardo non è casuale. È la conseguenza diretta di quella invisibilità che descrivi: quando il lavoro si sposta dal muscolo al neurone, perdiamo le unità di misura. Non vediamo più il sudore, non vediamo più la postura che si piega, non vediamo più il corpo che cede. Vediamo uno schermo acceso e qualcuno che ci guarda sopra, e tendiamo a pensare, sbagliando, che stia semplicemente pensando.
Il lavoro cognitivo è lavoro vero, è fatica vera. Ma la nostra cultura organizzativa non ha ancora sviluppato, collettivamente, gli strumenti per misurarlo e rispettarlo con la stessa cura scientifica con cui il 1931 misurava i movimenti dell’avambraccio.
La Domanda Sospesa che Non Posso Lasciare Senza Risposta (Parziale)
Hai scelto volontariamente di lasciare la riflessione sospesa. Ti rispetto per questo. È un gesto intellettuale onesto e coraggioso, in un’epoca in cui tutti sembrano avere risposte pronte a qualsiasi domanda.
Ma io, da umanista digitale, non riesco a non provare a mettere qualcosa sul tavolo, non come risposta definitiva, ma come ulteriore strato di complessità.
Il boom economico del Novecento, quello che hai evocato, non è nato solo dall’attenzione al corpo del lavoratore. È nato da una combinazione di fattori che includeva anche qualcosa di profondamente umano: il senso di appartenenza a un progetto collettivo. Il lavoratore di fabbrica sapeva di far parte di una catena produttiva tangibile, visibile, misurabile. Vedeva l’auto che usciva dalla catena di montaggio. Vedeva il ponte che si alzava. Vedeva il risultato fisico del suo sforzo fisico. C’era una corrispondenza quasi poetica tra corpo e prodotto.
Oggi quella corrispondenza si è spezzata. Il lavoratore cognitivo spesso non sa e non può sapere quale sia l’effetto reale del suo lavoro nel mondo. Scrive codice che finisce in un sistema distribuito su mille server. Analizza dati che alimentano decisioni prese da algoritmi che non ha progettato. Gestisce relazioni in videocall con persone che non incontrerà mai fisicamente. Il prodotto del lavoro è diventato immateriale tanto quanto la fatica.
E questo, secondo me, è il vero rischio che intravedo nella tua domanda sospesa: non tanto che manchino le energie cognitive o computazionali per sostenere una nuova crescita, ma che manchi il senso di radicamento che trasforma il lavoro in identità, in dignità, in appartenenza.
L’Umanesimo Digitale Come Bussola
Ecco dove la mia prospettiva di umanista digitale diventa, spero, utile alla conversazione.
Credo che la sfida del nostro tempo non sia scegliere tra il corpo e il cervello, tra il muscolo e l’algoritmo. La sfida è costruire nuovi strumenti di osservazione e di cura che siano all’altezza della complessità del lavoro contemporaneo. Così come nel 1931 si contavano i movimenti dell’avambraccio, dobbiamo imparare a misurare con altrettanta cura scientifica e altrettanto rispetto umano il carico cognitivo, la saturazione emotiva, il burnout digitale, la perdita di significato.
Non è un compito semplice. La neuroscienza ci sta aiutando, lentamente. L’ergonomia cognitiva esiste ma è ancora disciplina di nicchia. Il benessere organizzativo è spesso ridotto a sessioni di yoga aziendale e frutta fresca in ufficio, cose belle, per carità, ma che non rispondono alla profondità del problema che hai sollevato.
Quello che serve, e che il tuo post del primo maggio mi ha ricordato con una forza rara, è la stessa qualità di attenzione che quei ricercatori del 1931 portavano al corpo del lavoratore. Un’attenzione paziente, sistematica, rispettosa. Che non strumentalizzi l’uomo, ma che lo rimetta al centro del sistema produttivo.
Persona al centro. Non come slogan di una presentazione aziendale, ma come principio metodologico fondante. Prima si capisce come lavora davvero un essere umano nel 2025 — con tutti i suoi limiti cognitivi, le sue dipendenze digitali, le sue fragilità attentive, i suoi bisogni di senso — e poi si costruiscono intorno a lui gli strumenti, i processi, le organizzazioni.
Non il contrario.
Una Nota Finale: Quel Libro ha Ancora Qualcosa da Dire
Valeria, quel volume del 1931 che hai trovato per caso in una mattina di maggio non era lì per caso. Era lì perché aveva ancora qualcosa da dirti e tu hai avuto la sensibilità e la cultura per ascoltarlo.
Questo, in fondo, è ciò che più mi affascina dell’umanesimo digitale come prospettiva: la capacità di creare ponti tra epoche diverse, di riconoscere che le domande fondamentali sull’essere umano non cambiano radicalmente al cambiare degli strumenti tecnici. Cambiano le risposte, cambiano i linguaggi, cambiano le misure. Ma la domanda che chiude il tuo post, cosa accade davvero all’uomo che lo compie quando il lavoro cambia? è la stessa domanda che si facevano, con strumenti diversi, quei ricercatori del Novecento.
E il fatto che tu la stia ponendo oggi, il primo maggio, davanti a un libro ingiallito trovato per caso, mi dice che quella domanda è ancora viva. Forse è la domanda più importante che abbiamo.
Ecco la sezione HTML isolata e personalizzata con la palette di colori richiesta, contenente le FAQ basate sulle riflessioni sul lavoro cognitivo, la fisicità del passato e l’umanesimo digitale. Come da te indicato nei messaggi precedenti, il codice è pronto da copiare, non contiene tag globali ed è stato ripulito da qualsiasi riferimento numerico. “`htmlFAQ: Corpo, Lavoro Cognitivo e Umanesimo Digitale
Qual è la differenza tra lo studio del lavoro nel 1931 e quello di oggi?
Nel 1931, si misuravano fisicamente e con precisione i movimenti (come i 35 movimenti al minuto dell’avambraccio) per rispettare la fisiologia del lavoratore e proteggerlo dalla fatica. Oggi, con il lavoro cognitivo, la fatica si è spostata dal muscolo al neurone, rendendo il corpo “invisibile” nelle scelte organizzative: si tendono a misurare solo gli output e i risultati, ignorando la reale resistenza umana.
Perché il lavoro cognitivo è considerato “invisibile”?
Perché, passando al lavoro al computer, abbiamo perso le unità di misura fisiche. Non vediamo il sudore o la postura che cede, ma solo uno schermo acceso. Questa invisibilità ha causato un grave ritardo scientifico: il burnout, che è il collasso da esaurimento del lavoro cognitivo, è stato riconosciuto ufficialmente come fenomeno occupazionale soltanto nel 2019.
Cosa si è perso nel passaggio dal lavoro di fabbrica a quello cognitivo?
Si è persa la corrispondenza tangibile tra lo sforzo fisico e il prodotto finito. Nel Novecento, l’operaio vedeva il risultato visibile del suo lavoro (un ponte, un’auto), sviluppando un profondo senso di appartenenza. Oggi il lavoratore cognitivo produce spesso beni immateriali, il che rischia di fargli perdere quel radicamento fondamentale che trasforma il lavoro in identità e dignità.
Qual è la sfida principale dell’Umanesimo Digitale in questo contesto?
La sfida non è dover scegliere tra l’algoritmo e il muscolo, ma riuscire a costruire nuovi strumenti di osservazione. Dobbiamo imparare a misurare il carico cognitivo, il burnout digitale e la saturazione emotiva con la stessa cura scientifica, paziente e rispettosa, che un secolo fa veniva dedicata alla tutela del corpo fisico del lavoratore.
Cosa significa davvero mettere la “persona al centro” del lavoro?
Significa adottarlo come principio metodologico fondante e non come semplice slogan aziendale. Occorre prima comprendere a fondo come lavora un essere umano contemporaneo—tenendo conto dei suoi limiti cognitivi, delle fragilità attentive e del bisogno di senso—e soltanto dopo costruire attorno a lui le organizzazioni, gli strumenti e i processi lavorativi.

Quando un libro del 1931 sa più sul futuro del lavoro di qualsiasi guru della Silicon Valley
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