Essere Partigiani dei Diritti nell’Era dell’Algoritmo: Una Foresta da Custodire Insieme

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Umanisti Digitali All’Attacco: Come Piantare Radici Culturali nel Terreno dell’Intelligenza Artificiale

l patrimonio culturale non è il passato dell’AI bensì è la condizione del suo futuro etico. Una conversazione urgente e appassionante.
Essere “partigiani dell’intelligenza” nell’era dell’#AI significa difendere i diritti come ecosistema indivisibile: cultura, lavoro, formazione, equità di genere. Nessun algoritmo può ottimizzare la dignità umana. Costruiamo insieme la foresta dei diritti digitali!


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Substack · Primo Maggio 2026

Essere partigiani dei diritti nell’era dell’Intelligenza Artificiale

di Carmine Marinucci · DiCultHer


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Il rumore del silenzio che non posso più sopportare

C’è una cosa che mi tormenta da anni, da quando ho iniziato a occuparmi di umanesimo digitale e di quella terra di confine affascinante e instabile che separa, o meglio, dovrebbe connettere, il mondo delle macchine e il mondo delle persone: il silenzio assordante che circonda i diritti nell’era dell’intelligenza artificiale.

Non il silenzio delle persone, che anzi parlano, gridano, protestano, temono. No, il silenzio di chi dovrebbe costruire ponti tra la rivoluzione tecnologica e la dignità umana, di chi dovrebbe alzare la voce non per paura del futuro, ma per amore di ciò che il futuro potrebbe davvero diventare.

Poi ho letto la Lettera DiCultHer per il Primo Maggio 2026, firmata da Carmine Marinucci, e in quel silenzio è entrata una voce che riconosco come mia, come nostra, una voce che non si limita a denunciare il rischio dell’AI, ma ha il coraggio intellettuale e politico di costruire un’alternativa. E ho sentito il bisogno urgente, quasi fisico, di amplificarla, di farla risuonare in tutti quegli spazi digitali dove troppo spesso si parla di intelligenza artificiale come se fosse una questione tecnica e non una questione profondamente umana, culturale, etica.

Perché la verità, la mia verità, quella che difendo ogni giorno nella mia attività di digital coach e umanista digitale, è che ogni algoritmo è una scelta, ogni sistema di AI è una visione del mondo codificata in istruzioni, e ogni visione del mondo ha conseguenze reali sulle vite reali delle persone in carne e ossa.


L’albero che non sapevo di star cercando

Quando DiCultHer propone la metafora dell’albero dei diritti, qualcosa dentro di me si illumina con quella luce speciale che si accende solo quando una metafora è così giusta, così precisa, da sembrare ovvia in retrospettiva e invece richiede una mente straordinariamente educata alla complessità per essere formulata.

Parto dalle radici, che sono il diritto alla cultura e all’accesso ai saperi: perché senza radici culturali profonde, l’AI non ha né senso né direzione. Questo è esattamente ciò che sostengo quando lavoro con studenti e adulti nei miei percorsi di formazione digitale — che la competenza tecnologica senza fondamento culturale è come un grattacielo costruito sulla sabbia.

Puoi ottimizzare ogni parametro del modello, affinare ogni algoritmo di machine learning, ma se chi lo usa non ha gli strumenti critici per interrogare quelle scelte, per chiedersi a chi serve questo sistema e chi ne paga i costi, allora stai solo costruendo una prigione più efficiente.

Il tronco è il diritto al lavoro dignitoso e non discriminatorio, quella colonna vertebrale senza la quale il corpo dei diritti collassa su se stesso. La lettera DiCultHer cita qualcosa che mi ha colpito con la forza di un argomento che aspettavo da tempo: il D.Lgs. 81/2008 e l’AI Act ci obbligano ad aggiornare la valutazione del rischio lavorativo includendo i rischi algoritmici.

Significa che i bias di un sistema di selezione del personale non sono un problema etico astratto bensì sono un rischio lavorativo concreto, soggetto alle stesse tutele di un macchinario pericoloso. Questa visione mi entusiasma profondamente, perché è il modo giusto di portare l’etica dalla filosofia alla pratica, dalla cattedra al cantiere, dall’aula di convegno alla scrivania di un responsabile delle risorse umane.

La linfa che scorre invisibile ma vitale è il diritto alla formazione continua. Il dato che DiCultHer cita è uno schiaffo che fa bene ricevere: il 46% dei lavoratori italiani necessita di aggiornamento delle competenze per rimanere competitivo, secondo i dati OCSE. Quasi uno su due. Non stiamo parlando di una nicchia marginale, di qualcuno rimasto indietro per distrazione o negligenza stiamo parlando di quasi metà del tessuto lavorativo di questo Paese, di milioni di persone che rischiano l’obsolescenza professionale non per colpa loro, ma per la velocità brutale e democraticamente incontrollata con cui la tecnologia trasforma i mercati del lavoro.

E poi c’è la chioma, quella dimensione comunitaria, collettiva, politica dei diritti che mi piace pensare come la parte più esposta al sole e al vento, quella che respira per tutti: i diritti non come conquiste individuali, ma come responsabilità condivise. Il richiamo al Manifesto Ventotene Digitale mi emoziona perché evoca quella tradizione europea del federalismo dei diritti, quella visione in cui la sovranità non appartiene né allo Stato-nazione né al mercato globale, ma alla persona concreta, situata, relazionale.


Partigiani dell’intelligenza: una parola che pesa come un programma

Devo confessare che la prima volta che ho incontrato l’espressione “partigiani dell’intelligenza” nel vocabolario di DiCultHer, mi sono fermato. Mi sono fermato con quella sensazione che si prova quando una parola rischia di essere troppo grande per il contesto in cui viene usata e poi mi sono reso conto che è esattamente il contrario: è il contesto ad essere finalmente all’altezza della parola.

Perché la resistenza partigiana, nella sua essenza, non era soltanto contro qualcosa, era soprattutto per qualcosa: per una visione dell’umano che rifiutava di essere ridotto a ingranaggio, a numero, a risorsa da ottimizzare. Ed è esattamente questo che dobbiamo fare oggi, in questa strana guerra silenziosa che si combatte non con le armi ma con i parametri, non con le leggi dell’occupazione militare ma con le logiche dell’ottimizzazione algoritmica.

La resistenza partigiana dei diritti nell’era dell’AI significa rifiutare il determinismo tecnologico, quella narrazione pigra e pericolosa secondo cui “l’AI farà così perché è nella natura dell’AI fare così”, come se le macchine fossero forze della natura e non scelte politiche mascherate da necessità tecnica. Significa pretendere trasparenza algoritmica non come concessione dei grandi player tecnologici, ma come diritto inalienabile di chiunque venga valutato, selezionato, classificato o escluso da un sistema automatizzato.

Significa costruire quello che io chiamo, nei miei percorsi formativi, l’immunità critica digitale, la capacità di interrogare i sistemi, di leggere dietro l’interfaccia, di chiedersi sempre: chi ha programmato questa preferenza? Chi ha scelto questi dati di addestramento? Chi beneficia di questa decisione automatica?


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Il gender mainstreaming non è un “tema aggiuntivo”

C’è un passaggio della lettera DiCultHer che voglio sottolineare con tutta la forza della mia convinzione, perché tocca qualcosa che sento profondamente e che troppo spesso viene relegato ai margini del discorso sulla trasformazione digitale: la questione di genere.

La lettera afferma con chiarezza esemplare che il gender mainstreaming non è un tema aggiuntivo, è il criterio con cui progettare politiche formative, strumenti e piattaforme che non replichino né aggravino discriminazioni e stereotipi. È una posizione che condivido integralmente, e che nella mia esperienza come formatore e digital coach si traduce in domande concrete che porto sempre nelle aule, sia fisiche che virtuali.

Quando analizzo con i miei studenti i sistemi di selezione del personale basati su AI, quegli strumenti che analizzano curriculum, sintetizzano colloqui, assegnano punteggi ai candidati, il problema dei bias di genere non è astratto.

Il caso Amazon, diventato emblematico, ci ha mostrato già nel 2018 come un sistema addestrato su dati storici di assunzione inevitabilmente replicasse le discriminazioni di genere presenti in quei dati, penalizzando sistematicamente i curriculum che contenevano la parola “women’s” o che includevano esperienze in ambienti a prevalenza femminile. Amazon alla fine ha scelto di dismettere quel sistema, ma quanti altri sistemi simili operano oggi in migliaia di aziende senza quel tipo di scrutinio pubblico?

La sfida che DiCultHer pone, garantire l’accesso delle donne e delle ragazze alle competenze digitali avanzate come priorità strutturale e non come afterthought, è la sfida che definisce se questa rivoluzione tecnologica sarà democratica o elitaria, inclusiva o escludente. E io, ogni volta che entro in un’aula o avvio una sessione di coaching, mi chiedo sempre: chi non è seduto a questo tavolo? Quale voce manca da questa conversazione?


Il 46% che non possiamo permetterci di ignorare

Torno al dato OCSE perché merita una riflessione più lunga di una nota a margine: quasi la metà dei lavoratori italiani ha bisogno di aggiornare le proprie competenze per restare competitiva nell’era dell’AI. Non si tratta di persone che hanno scelto di non imparare, di non aggiornarsi, di non investire nella propria formazione, si tratta di persone che hanno lavorato una vita secondo le regole di un mercato del lavoro che ora cambia più velocemente della capacità individuale di adattamento.

Quella percentuale ha un volto umano che conosco bene, perché lo incontro nei miei corsi: il cinquantenne specializzato in un mestiere che l’automazione sta erodendo, la quarantenne con competenze solide ma nessuna familiarità con gli strumenti AI che la sua azienda ha appena adottato, il giovane che si affaccia al mercato del lavoro con una laurea in tasca e si ritrova davanti a profili professionali che includono competenze AI come requisito minimo, non come plus.

Quello che DiCultHer afferma con lucidità politica e che io faccio mio completamente è che la risposta a questo scenario non può essere lasciata alla buona volontà individuale né alla filantropia aziendale: deve diventare un diritto riconosciuto e finanziato, una delle grandi promesse che l’Europa e i governi nazionali devono mantenere verso i propri cittadini. La formazione continua retribuita su AI non è un benefit per i già privilegiati bensì è la condizione minima per evitare una frattura sociale che renderebbe obsoleto il contratto democratico su cui si regge la convivenza civile.

Non posso non pensare, in questo contesto, all’importanza del mio ruolo come digital coach e formatore: ogni percorso che costruisco, ogni laboratorio che conduco, ogni studente di qualsiasi età che accompagno verso la comprensione critica degli strumenti digitali, è un piccolo atto di resistenza contro quella deriva. Non perché sia ingenuo al punto da credere che la formazione individuale risolva problemi strutturali che richiedono soluzioni politiche, ma perché la formazione crea le persone capaci di pretendere e costruire quelle soluzioni politiche.


L’utopia come metodo: il coraggio di prendere sul serio il futuro

Tra tutte le idee che DiCultHer mette in campo nella sua lettera, quella che mi colpisce con maggiore forza, e che sento più vicina alla mia visione del mondo, è quella dell’utopia come metodo. Non l’utopia come sogno velleitario, come fuga dalla realtà, come consolazione per chi ha rinunciato a cambiare le cose. L’utopia come pratica politica e culturale, come orizzonte verso cui orientare le scelte quotidiane, come bussola che permette di distinguere il provvisorio dal necessario, il compromesso dall’inaccettabile.

Nell’era dell’AI, l’utopia concreta, quella che DiCultHer suggerisce e che io abbraccio senza esitazione, è la visione di una società algoritmica umanistica: in cui ogni sistema di intelligenza artificiale sia progettato mettendo la dignità della persona al centro, non come dichiarazione d’intenti nei comunicati stampa, ma come requisito tecnico e legale verificabile; in cui la trasparenza degli algoritmi sia un diritto esercitabile, non una promessa; in cui la formazione continua sia finanziata come infrastruttura pubblica, esattamente come le strade o gli ospedali; in cui il gender mainstreaming non sia un capitolo separato dei documenti di policy ma il filo rosso che attraversa ogni scelta progettuale.

Questa utopia non è lontana e non è sulla luna. È distante esattamente quanto il coraggio collettivo di scegliere di costruirla, giorno per giorno, algoritmo per algoritmo, legge per legge, percorso formativo per percorso formativo.


La mia foresta, la nostra foresta

Torno all’albero, alla metafora bellissima e potente che DiCultHer ci consegna e la espando nella mia mente fino a diventare una foresta: perché un albero solo, per quanto robusto, rimane vulnerabile; la foresta è invece un ecosistema in cui ogni albero rafforza gli altri, condivide risorse attraverso le radici, crea un microclima favorevole alla vita.

È questa la visione che mi anima ogni mattina quando avvio un corso, quando accompagno un’azienda nella sua transizione digitale, quando scrivo di umanesimo digitale: costruire quella foresta, un albero alla volta. Essere un partigiano dell’intelligenza significa esattamente questo — non il combattente solitario che affronta il futuro con le sole proprie forze, ma il costruttore paziente e appassionato di comunità che affrontano il futuro insieme, con la consapevolezza critica come strumento e i diritti come bussola.

La lettera DiCultHer per il Primo Maggio 2026 non è soltanto un bel documento bensì è un programma. E io, con tutta la forza della mia convinzione e della mia esperienza, scelgo di farlo mio, di portarlo nelle aule e nei laboratori, nelle conversazioni e nei progetti, in ogni spazio in cui si decide, anche senza saperlo, che tipo di futuro vogliamo costruire.

Perché il futuro non arriva: il futuro si costruisce. E noi siamo i costruttori.

FAQ: Umanesimo Digitale e Diritti nell’Era dell’AI

Cosa significa essere “partigiani dell’intelligenza”?

Significa rifiutare il determinismo tecnologico, ovvero l’idea pericolosa che l’evoluzione delle macchine sia una forza della natura incontrollabile. Essere partigiani vuol dire lottare per una visione dell’umano che non sia ridotto a semplice ingranaggio o numero da ottimizzare, pretendendo la trasparenza algoritmica come diritto inalienabile e non come semplice concessione delle aziende tecnologiche.

Cos’è l'”Albero dei Diritti” nel contesto tecnologico?

È una potente metafora proposta per illustrare l’ecosistema dei diritti digitali: le radici rappresentano il diritto alla cultura (senza il quale la tecnologia è costruita sulla sabbia); il tronco è il lavoro dignitoso e non discriminatorio; la linfa è il diritto inalienabile alla formazione continua; infine, la chioma rappresenta la dimensione collettiva e comunitaria, in cui i diritti sono responsabilità condivise.

Perché la formazione continua è diventata un’emergenza sociale?

Secondo recenti dati OCSE, il 46% dei lavoratori italiani necessita di aggiornamento delle competenze per rimanere competitivo. Non si tratta di scarsa volontà individuale, ma della velocità brutale con cui la tecnologia trasforma il mercato. La formazione non deve essere un privilegio per pochi o lasciata alla filantropia, ma deve diventare un vero e proprio diritto strutturale finanziato, per evitare una gravissima frattura sociale.

Che ruolo ha il “gender mainstreaming” nello sviluppo dell’AI?

Il gender mainstreaming non è un “tema aggiuntivo”, ma il criterio fondamentale con cui progettare le piattaforme. Se ignorato, i sistemi di Intelligenza Artificiale addestrati su dati storici finiscono per replicare e aggravare le discriminazioni preesistenti, come dimostrato da sistemi di selezione del personale che in passato hanno penalizzato sistematicamente i curriculum femminili.

Cos’è l'”immunità critica digitale”?

È la capacità cruciale di interrogare i sistemi automatizzati e di leggere dietro l’interfaccia. Sviluppare questa immunità significa porsi costantemente domande fondamentali di fronte a qualsiasi algoritmo: chi ha programmato questa preferenza? Quali dati di addestramento sono stati scelti? E soprattutto, chi beneficia realmente di questa decisione automatica?

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