Il 2026 Ha la Febbre. E Non È il Tipo di Febbre che Passa con la Tachipirina
OpenAI punta a una valutazione da un trilione di dollari. Anthropic l’ha già superata. NVIDIA vola oltre i 5,2 trilioni, un numero così grande che il mio cervello da umanista digitale fatica a visualizzarlo senza fare prima un respiro profondo. Per dare un riferimento concreto: il PIL dell’Italia nel 2024 si aggira attorno ai 2,1 trilioni di euro. Stiamo parlando di cifre che sfidano non solo la logica economica, ma anche quella narrativa, perché nessun romanziere le scriverebbe senza che l’editor gli chiedesse di rivedere il manoscritto.
E poi ci sono i conti reali. OpenAI fattura sedici miliardi l’anno, che suona bene, finché non si scopre che perde comunque miliardi e ha in cantiere un piano di investimenti da 1.400 miliardi. Eppure il mercato non solo applaude: rilancia. Come un giocatore di poker convinto di avere il colpo della vita tra le mani, anche se non ha ancora guardato le carte avversarie.
Ecco, Ci Risiamo: Il Copione Che la Storia Non Si Stanca di Riscrivere
Devo confessare una certa ammirazione perversa per la coerenza degli esseri umani. Nel 1637, i mercanti olandesi pagavano un singolo bulbo di tulipano quanto una casa nel centro di Amsterdam. Non scherzo, è storia, non satira. La Railway Mania vittoriana degli anni Quaranta dell’Ottocento portò alla costruzione frenetica di migliaia di chilometri di ferrovia, gran parte dei quali inutili, prima che il castello di carte crollasse. La bolla dot-com del 2000 ci ha regalato aziende valutate miliardi di dollari che non avevano mai prodotto un centesimo di utile, e poi, nel giro di diciotto mesi, il grande silenzio.
La dinamica, incredibilmente, è sempre la stessa. Nasce qualcosa percepito come rivoluzionario. Gli investitori, terrorizzati dall’idea di restare indietro, di essere quelli che non avevano comprato Amazon nel 1997, si lanciano dentro. I prezzi salgono oltre ogni ragionevolezza. E poi, invariabilmente, la realtà presenta il conto. Con gli interessi.
L’AI non fa eccezione. Anzi, alza la posta in modo che le bolle precedenti sembrano quasi dei simpatici esperimenti domestici. 🎢
La Logica del “Più Grande Idiota”: Un Classico Senza Tempo
John Maynard Keynes, non esattamente un dilettante in fatto di economia, aveva capito tutto molto prima di noi. Lo chiamava il beauty contest: nei mercati finanziari, non si vince scegliendo ciò che vale davvero, ma ciò che gli altri crederanno che valga. Una distinzione sottile che cambia tutto.
Da questo principio nasce la teoria del più grande idiota, che è meno offensiva di quanto suoni e più vera di quanto vorremmo ammettere. Il ragionamento funziona così: non sei tu l’idiota ad acquistare un’azione a prezzi folli, perché ci sarà sempre, si spera, qualcuno disposto a pagare ancora di più. Finché trovi il tuo “più grande idiota”, sei al sicuro. Il problema nasce quando la catena si spezza e improvvisamente scopri che sei tu l’ultimo anello.
Nel contesto AI, questo significa che chiunque stia comprando oggi non sta scommettendo sulla tecnologia: sta scommettendo sulla psicologia di massa. Sta dicendo, in sostanza: “So che questo è sopravvalutato, ma sono convinto che la folla continuerà a sopravvalutarlo ancora di più.” Una scommessa che funziona magnificamente, finché la musica suona. E tutti, nel frattempo, ballano.
La Differenza Che Cambia Tutto: L’AI Non È Solo Carta Straccia
Qui, però, devo essere onesto con me stesso e con chi legge: c’è qualcosa che distingue questa bolla dalle precedenti, e ignorarlo sarebbe disonesto intellettualmente.
L’Intelligenza Artificiale non è solo un prodotto finanziario. È un’infrastruttura. Entra nelle banche, nelle scuole, nei governi, negli ospedali. Decide chi ottiene un mutuo, valuta i curricula, assiste i medici nelle diagnosi, gestisce le catene logistiche globali. E le infrastrutture, questa è la lezione che la storia insegna con puntigliosa coerenza, non si lasciano fallire.
Gli hyperscaler lo sanno benissimo. Amazon, Google, Microsoft stanno comprando il futuro a qualsiasi prezzo, non perché siano ingenui o irrazionali, ma perché hanno fatto il calcolo opposto: il costo di arrivare secondi è infinitamente superiore al costo di sovrapagare oggi. Chi controlla l’infrastruttura controlla tutto ciò che vi passa sopra. È la logica delle ferrovie dell’Ottocento, delle autostrade del Novecento, di Internet negli anni Novanta. Ogni volta, chi possedeva i binari ha vinto. Sempre.
Chi Pagherà il Conto? (Spoiler: Non Chi Sta Ballando Adesso) 💸
Le bolle, mi dispiace dirlo, non sono democratiche. Non distribuiscono equamente né i guadagni durante la salita né le perdite durante la caduta.
Parliamo di lavoro, prima di tutto. I primi tagli nel settore tech vengono già giustificati con le magnifiche “efficienze da AI”. Ma questa volta la storia è diversa: non spariscono i lavori fisici, quelli che, negli anni Ottanta e Novanta, venivano sacrificati sull’altare dell’automazione industriale. Questa volta spariscono i lavori cognitivi. Quelli dei paralegal, dei giornalisti junior, degli analisti finanziari di primo livello, dei traduttori, dei programmatori di medio livello. L’impatto sociale di questo cambiamento non ha precedenti storici diretti, e chiunque dica di sapere esattamente come andrà a finire sta improvvisando con sicurezza sospetta.
Poi ci sono i risparmi. I fondi pensione, quelli in cui milioni di persone comuni depositano la propria tranquillità futura, sono esposti all’AI in misura molto maggiore di quanto lo fossero alla bolla dot-com. Se il castello di carte dovesse crollare, non basterà dire “io non ho mai comprato azioni OpenAI”. L’esposizione è sistemica, diffusa, invisibile ai più.
E infine, non da ultimo, anzi, c’è il tema energia e clima. I data center che alimentano i modelli AI consumano quantità di elettricità tali da aver già giustificato la riattivazione di centrali nucleari e la costruzione di nuovi impianti a gas. Ogni query che digitate, ogni immagine generata, ogni riassunto automatico è un piccolo debito ambientale. Sommati su scala globale, questi debiti diventano una voce di bilancio planetario che qualcuno, prima o poi, dovrà saldare.

Carlota Perez e la Mappa che Forse Spiega Tutto
C’è un’economista venezuelana di nome Carlota Perez che studia le rivoluzioni tecnologiche da decenni, e le sue conclusioni meritano attenzione anche, soprattutto, da chi non è un economista di professione.
Perez sostiene che le grandi rivoluzioni tecnologiche attraversano due fasi distinte. La prima è la fase finanziaria: la bolla, con tutta la sua irrazionalità, la sua euforia, i suoi eccessi. Ma questa fase, per quanto dolorosa quando scoppia, ha una funzione precisa: costruisce l’infrastruttura. Le ferrovie vittoriane, per quanto frutto di speculazione pura, hanno coperto l’Inghilterra di binari che hanno alimentato la rivoluzione industriale per decenni. La bolla dot-com ha piantato la fibra ottica in tutto il mondo, spesso in perdita, che ha poi reso possibile YouTube, Netflix, lo smart working e tutto il resto.
Poi arriva la fase produttiva: l’infrastruttura costruita con i soldi della bolla comincia a generare valore reale, distribuito, durevole.
Forse, dico forse, con la cautela che il tema merita, l’AI non è una catastrofe da evitare ma un passaggio da attraversare. La domanda che però brucia, quella che mi tiene sveglio come umanista digitale, è un’altra: chi possiederà i binari quando la polvere si poserà?
Nelle bolle precedenti, l’infrastruttura risultante era almeno in parte pubblica o distribuita. Internet era nato come progetto militare americano, poi universitario, poi aperto. La ferrovia vittoriana era regolata dallo Stato. Questa volta i server, i modelli, i chip e persino l’energia necessaria per farli girare sono nelle mani di quattro aziende private quotate in borsa. È una bolla, sì. Ma è anche, e qui sta il punto che nessuno vuole nominare ad alta voce, una gigantesca concentrazione di potere senza precedenti storici.
La Domanda Scomoda Che Nessuno Vuole Fare
Un trilione di dollari è un numero che non cambia la vita di nessuno di noi domani mattina. Non rende più veloci i treni, non abbassa le bollette, non migliora le scuole. Ma decide chi controlla l’intelligenza artificiale. Chi può permettersi i modelli migliori. Chi guadagna dalla produttività aumentata. Chi, dall’altra parte, perde il lavoro e non sa ancora perché.
Le bolle non sono eventi naturali, catastrofi cosmiche che piovono dall’alto senza responsabilità umane. Sono costruite da scelte collettive sapientemente travestite da decisioni individuali. Ogni investimento, ogni hype, ogni articolo che proclama “questa volta è diverso” è un mattone di quel castello. E la domanda più ovvia, “ha senso tutto questo?”, è diventata, in qualche modo, la più scomoda. Quasi imbarazzante da pronunciare ad alta voce nelle stanze dove si decide.
Eppure è l’unica domanda che può evitare che il futuro dell’intelligenza artificiale, con tutto il suo potenziale trasformativo, con tutte le sue promesse genuine, venga scritto dai soliti pochi sospetti. Quelli che ballano sempre fino all’ultimo secondo. E che, quando la musica si ferma, trovano sempre una sedia. 🪑
AI Economic Bubble
A curated collection of essential readings and videos analyzing the AI market dynamics, valuations, and sustainability concerns.
Domande frequenti
La bolla AI:
quello che nessuno spiega
Tutti i segnali storici dicono di sì. OpenAI vale un trilione di dollari con sedici miliardi di ricavi e perdite miliardarie strutturali. NVIDIA ha superato i 5,2 trilioni di capitalizzazione. Questi numeri sfidano qualsiasi logica dei fondamentali.
La differenza con le bolle passate è che l’AI è anche un’infrastruttura reale, non solo carta speculativa. Il che non esclude la bolla — la amplifica.
È un principio formulato da Keynes nel suo concetto di beauty contest: nei mercati finanziari non vince chi sceglie ciò che vale, ma chi indovina cosa gli altri crederanno che varrà.
In pratica: non sei tu l’idiota a comprare a prezzi folli, perché ci sarà sempre qualcuno disposto a pagare di più. Finché la catena regge. Quando si spezza, l’ultimo anello è l’idiota.
La bolla dot-com riguardava aziende senza prodotti reali. L’AI entra concretamente nelle banche, negli ospedali, nelle scuole, nei governi. Le infrastrutture non si lasciano fallire — lo Stato interviene sempre.
Ma c’è un prezzo: stavolta i server, i modelli, i chip e l’energia sono nelle mani di quattro aziende private. Non di un’infrastruttura distribuita o pubblica.
Non i lavori fisici, questa volta. L’automazione industriale degli anni Ottanta aveva colpito le fabbriche. L’AI colpisce i lavori cognitivi di medio livello: paralegal, giornalisti junior, analisti finanziari, traduttori, programmatori standard.
È un cambiamento senza precedenti storici diretti. Chiunque dica di sapere esattamente come andrà a finire sta improvvisando con una sicurezza molto sospetta.
L’economista venezuelana Carlota Perez studia le rivoluzioni tecnologiche da decenni. La sua tesi: ogni grande rivoluzione attraversa due fasi. Prima la fase finanziaria, cioè la bolla, che costruisce l’infrastruttura. Poi la fase produttiva, in cui quell’infrastruttura genera valore reale.
Le ferrovie vittoriane erano frutto di speculazione pura, ma hanno coperto il mondo di binari. La dot-com ha piantato la fibra ottica ovunque. Forse l’AI non è una catastrofe da evitare, ma un passaggio da attraversare.
I fondi pensione sono esposti all’AI in misura molto maggiore di quanto lo fossero alla dot-com. L’esposizione è sistemica, diffusa, invisibile ai più.
Se il castello di carte dovesse crollare, non basterà dire “io non ho mai comprato azioni OpenAI”. Non sono necessarie scelte individuali per essere travolti da una crisi sistemica.
I data center AI consumano quantità di elettricità tali da aver già giustificato la riattivazione di centrali nucleari e la costruzione di nuovi impianti a gas.
Ogni query, ogni immagine generata, ogni riassunto automatico è un piccolo debito ambientale. Sommati su scala globale, questi debiti diventano una voce di bilancio planetario che qualcuno, prima o poi, dovrà saldare.
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