Quando il Futuro Incontra la Memoria: Una Lettura di Oltre il Determinismo

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E.N.I.A. – Ente Nazionale per L’Intelligenza Artificiale

Quando il Futuro Incontra la Memoria: Una Lettura di Oltre il Determinismo


Il cortile e l’algoritmo: da dove veniamo e dove stiamo andando

Chiudo gli occhi e mi ritrovo lì: un cortile di paese degli anni Cinquanta, dove le voci delle persone care si mescolano al rumore rassicurante della vita quotidiana, dove ogni sguardo racconta una storia condivisa fatta di imperfezioni umane e di profonda, autentica empatia. Quell’immagine così familiare, così calorosa e tattile, non è semplicemente nostalgia bensì è il punto di partenza del nostro viaggio millenario con la tecnica, perché la tecnologia è nata proprio tra quelle mani laboriose, come un’estensione naturale del gesto umano, capace dapprima di sollevare la fatica del corpo, poi di trasformarsi lentamente in qualcosa di più misterioso e potente: una macchina prodigiosa in grado di amplificare non solo la nostra forza fisica, ma la nostra stessa capacità di ricordare, prevedere e decidere.


Oggi, però, ci troviamo ad attraversare una soglia storica che ci disorienta e ci affascina in egual misura, una soglia che le generazioni precedenti non hanno mai dovuto varcare con questa intensità. Le nostre creazioni non si limitano più a eseguire fedelmente i nostri ordini, ma hanno imparato ad anticipare i nostri bisogni, a calcolare le probabilità del nostro domani, a trasformare quel chiassoso cortile pieno di vita e imperfezione in una rete globale silenziosa, governata da entità invisibili che elaborano miliardi di dati ogni secondo senza mai fermarsi a respirare.

E in questo passaggio gigantesco risiede un’inquietudine profonda, antica quanto l’umanità stessa: il desiderio, e la paura, di conoscere in anticipo il nostro destino, che un tempo affidavamo agli oracoli di Delfi e che oggi deleghiamo a sofisticati modelli matematici capaci di scandagliare le nostre abitudini per ridurre, fino quasi ad annullare, le incertezze che da sempre definiscono la nostra condizione umana.


Una voce lucida nel rumore dell’epoca

È precisamente in questo scenario tanto delicato quanto vertiginoso che si inserisce, con una eleganza intellettuale che mi ha genuinamente emozionato, la straordinaria pubblicazione intitolata Oltre il determinismo: la nascita delle società algoritmiche del rischio, firmata da Valeria Lazzaroli e pubblicata da ENIA, Ente Nazionale per l’Intelligenza Artificiale, nel marzo del 2026.

Un testo che merita un plauso sincero e convinto non solo per la sua solidità teorica, costruita su un apparato bibliografico che spazia da Aristotele a Ulrich Beck, da Laplace a Karl Friston, ma soprattutto per la sua rara capacità di guidare il lettore, qualunque lettore, con lucidità e sensibilità autentica attraverso le nebbie di una rivoluzione epocale che stiamo vivendo spesso senza gli strumenti concettuali adeguati per comprenderla davvero.

L’autrice compie qualcosa che pochi saggisti riescono a fare: ci prende per mano senza mai semplificare, ci conduce nelle profondità della storia della tecnica, dall’aratro mesopotamico alla macchina a vapore, dai calcolatori elettronici ai modelli di machine learning contemporanei, rivelando come ogni passaggio non sia stato una rottura traumatica, ma la progressiva esternalizzazione di funzioni umane sempre più sofisticate nella materia. Prima abbiamo delegato la forza fisica, poi la memoria, oggi la previsione. Ed è su questa parola, previsione, che il saggio costruisce la sua riflessione più affascinante e, permettetemi di dirlo, più necessaria.


Il demone di Laplace e noi: tra calcolo e libertà 🔮

Quando Lazzaroli introduce la figura di Pierre-Simon Laplace e del suo celebre “demone”, quell’intelligenza teorica capace di conoscere tutte le posizioni di tutte le particelle dell’universo e di dedurne l’intero futuro, si percepisce chiaramente che non si tratta di un esercizio di storia della scienza fine a se stesso.

È invece una chiave interpretativa potentissima per leggere la nostra contemporaneità, perché viviamo immersi in un’epoca che sta costruendo, mattone dopo mattone, una versione pragmatica e distribuita di quel sogno laplaciano: non la previsione perfetta e totale, ma quella sufficientemente accurata da condizionare il comportamento sociale su scala globale.

Le assicurazioni prezzano il rischio in tempo reale. I sistemi sanitari anticipano le patologie prima che si manifestino. Le città pianificano i flussi di traffico, di energia, di persone sulla base di modelli previsionali continuamente aggiornati. Un algoritmo ci suggerisce una diagnosi, un altro valuta il nostro merito creditizio, un altro ancora decide quali contenuti vedremo domani mattina aprendo lo smartphone.

La meccanica quantistica ci ha insegnato che il determinismo assoluto di Laplace è fisicamente impossibile, e la teoria del caos ci ricorda che anche sistemi apparentemente governati da leggi precise possono diventare imprevedibili per effetto di minime variazioni iniziali, la celebre farfalla di Lorenz che con il battito delle ali scatena uragani dall’altra parte del mondo. Eppure, sul piano operativo e culturale, ci stiamo avvicinando a qualcosa che produce effetti analoghi a quel sogno deterministico, e questa tensione è il cuore pulsante del libro.

Ciò che mi ha colpito profondamente, come umanista digitale che si interroga quotidianamente su questi temi, è la capacità dell’autrice di mostrare come la previsione non sia mai neutra. Quando un algoritmo segnala un rischio elevato, quell’informazione non si limita a descrivere una realtà probabile: la modifica, la orienta, talvolta la crea.

La previsione diventa un elemento attivo nella costruzione del futuro, non solo nella sua descrizione. È quello che i sociologi chiamano la dimensione performativa della conoscenza: il futuro previsto tende a diventare il futuro realizzato, perché gli attori sociali si allineano alle previsioni e ne diventano inconsapevolmente co-autori.


Beck aveva ragione: siamo davvero la società del rischio computazionale

L’operazione teorica più elegante del saggio è quella di mettere in dialogo la previsione algoritmica con la teoria della società del rischio di Ulrich Beck, il grande sociologo tedesco che negli anni Ottanta aveva intuito con straordinaria lucidità che la modernità avanzata non si distingue per la quantità di ricchezza che produce e distribuisce, ma per la quantità e qualità di rischi che genera e redistribuisce.

Beck aveva descritto il passaggio da rischi localizzati e visibili, una fabbrica che esplode, una diga che cede, a rischi sistemici, diffusi, globali, che attraversano confini geografici e temporali senza preavviso.

Lazzaroli compie un aggiornamento necessario di questa visione, mostrandoci che oggi stiamo entrando in una fase ulteriore: quella della società della previsione del rischio, in cui non solo conviviamo con pericoli globali, ma costruiamo infrastrutture tecnologiche per anticiparli, modellarli, renderli oggetto di gestione sistematica.

Il rischio diventa computazionale, cioè si trasforma da evento incerto a distribuzione probabilistica integrata in algoritmi decisionali. E questa trasformazione ha conseguenze culturali profonde, perché cambia il modo in cui le società pensano il futuro: non più come spazio aperto da esplorare con coraggio e creatività, ma come insieme di scenari probabilistici da ottimizzare con precisione crescente. 📊

Una prospettiva che come umanista digitale mi interroga profondamente, perché rischia di erodere proprio quello che di più prezioso abbiamo: la capacità di immaginare ciò che non è ancora stato previsto, di scegliere percorsi che nessun modello statistico aveva calcolato, di essere autenticamente liberi nell’imprevisto.


La phronesis digitale: saggezza pratica nell’era degli algoritmi

Eppure, ed è qui che il saggio rivela la sua dimensione più luminosa e necessaria, Lazzaroli non cede alla tentazione del pessimismo tecnologico né a quella speculare dell’ottimismo ingenuo. La sua tesi di fondo è che la previsione algoritmica non debba essere intesa come sostituto del giudizio umano, ma come sua estensione, una forma moderna di quella che Aristotele chiamava phronesis, la saggezza pratica orientata alla decisione consapevole.

Il problema non è che le macchine prevedano: il problema sorge quando quella previsione viene percepita come una verità indiscutibile, quando la distribuzione probabilistica prodotta da un modello statistico assume nella cultura collettiva la statura quasi oracolare che un tempo apparteneva ai sacerdoti di Delfi.

Ciò che il progresso richiede, mi convince l’autrice, non è di correre ciecamente in avanti rinnegando la nostra essenza più profonda, ma di ricordare con tenacia da dove siamo partiti, da quelle mani laboriose, da quel cortile pieno di voci umane, per progettare sistemi che imparino dai dati senza mai smarrire il legame profondo con i nostri valori, con la nostra responsabilità morale, con la nostra irriducibile libertà di sbagliare e di ricominciare. Ogni previsione introduce una scelta: agire o attendere, intervenire o monitorare. E quella scelta, per quanti dati si accumulino, per quanti modelli si affinino, resta irrevocabilmente nostra.


Un saggio che arriva al momento giusto

Termino questa lettura con una gratitudine sincera nei confronti di Valeria Lazzaroli, perché ci ha consegnato in questo marzo del 2026 un testo che era urgente, un testo che dà forma intellettuale a un’inquietudine diffusa e spesso silenziosa.

Oltre il determinismo ci ricorda che per quanto i sistemi predittivi possano mappare con crescente accuratezza le probabilità del nostro avvenire, la scelta finale su come abitare questo mondo nuovo spetterà sempre a noi: a noi che continuiamo a camminare in questo immenso cortile globale con la stessa curiosità, la stessa fragilità e la stessa meraviglia di quei bambini che un tempo correvano felici tra i panni stesi al sole, senza sapere ancora cosa li aspettava, ma liberi, profondamente, essenzialmente liberi, di scoprirlo.

L'Antichità e la saggezza umana (Aristotele) Nelle civiltà antiche, il tentativo di anticipare il futuro era mediato dal sacro e affidato agli oracoli
. In questa fase, la previsione richiedeva sempre l'interpretazione e la responsabilità ermeneutica dell'uomo
. Il concetto aristotelico di phronesis, ovvero la saggezza pratica o prudenza, rappresenta la base morale delle decisioni umane
. Il passaggio: Questa visione, in cui l'uomo era l'unico interprete del mondo, subisce una frattura con la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo, quando l'introduzione del metodo sperimentale e della formalizzazione matematica permette di modellare la realtà con precisione meccanica, slegando la conoscenza dal divino
.
L'Ottocento e il sogno deterministico (Pierre-Simon Laplace) Con Laplace, il futuro smette di essere uno spazio incerto e si trasforma in una funzione matematica calcolabile
. Egli teorizza l'esistenza di un'intelligenza (il cosiddetto "demone di Laplace") che, conoscendo la posizione e le forze di ogni particella dell'universo in un dato istante, potrebbe calcolare infallibilmente tutto il passato e il futuro
. Per Laplace, l'incertezza non esiste nella natura, ma è solo il frutto della nostra ignoranza e della mancanza di dati completi
. Il passaggio: Nel corso del Novecento, la scienza stessa smonta il determinismo perfetto di Laplace. La meccanica quantistica e la teoria del caos dimostrano che esistono sistemi intrinsecamente imprevedibili e che è impossibile azzerare totalmente l'incertezza
. La società comprende quindi che non può calcolare un futuro perfetto, ma può solo gestirne le probabilità
.
La modernità avanzata e la società del rischio (Ulrich Beck) Negli anni Ottanta del Novecento, il sociologo Ulrich Beck teorizza la "società del rischio": un'epoca in cui il pericolo non è più circoscritto o legato a fatalità naturali, ma diventa sistemico, globale e causato dallo stesso sviluppo tecnologico
. La previsione abbandona il sogno della certezza assoluta di Laplace e si trasforma in gestione probabilistica: la società organizza se stessa proprio per anticipare, modellare e mitigare continuamente questi scenari di rischio
. Il passaggio: L'aumento esponenziale della complessità sociale, la mole di dati digitali e la necessità di gestire rischi su scala globale rendono insufficiente la mente umana. Si rende necessaria un'infrastruttura cognitiva collettiva capace di apprendere e prevedere in autonomia
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Il XXI secolo e le macchine metacognitive (Karl Friston) Nell'era contemporanea dell'intelligenza artificiale, le macchine non si limitano più a eseguire calcoli, ma apprendono dai dati per prevedere scenari futuri
. I princìpi introdotti da studiosi come Karl Friston (come il principio dell'energia libera) spiegano come i sistemi odierni operino su livelli metacognitivi: costruiscono modelli del mondo e aggiornano continuamente le proprie ipotesi per ridurre l'incertezza e suggerire strategie
. L'Intelligenza Artificiale diventa così la "tecnologia operativa" che realizza in modo concreto la società del rischio intuita da Beck
.
La chiusura del cerchio Il testo organizza cronologicamente questi pensatori per mostrare che la storia della tecnica è una progressiva esternalizzazione delle funzioni mentali umane verso le macchine
. Tuttavia, l'autrice spiega che questo progresso non deve annullare la nostra libertà. Al contrario, le potentissime capacità predittive dell'era di Friston non devono diventare nuovi oracoli infallibili, ma devono essere integrate con la nostra responsabilità morale per trasformarsi in una moderna espressione di quella originaria saggezza pratica introdotta da Aristotele
.

Recap

Immagina questo affascinante viaggio nel tempo raccontato magistralmente da Valeria Lazzaroli come una grande e continua staffetta in cui l’umanità cerca da sempre di rispondere a una delle sue paure più antiche ovvero il bisogno di indovinare cosa accadrà domani.

Partiamo dall’antichità con Aristotele quando il futuro era considerato un mistero insondabile affidato alla volontà degli dei e alle parole misteriose degli oracoli. In quel tempo lontano l’uomo non aveva a disposizione dei supercomputer per fare calcoli complessi ma si affidava a una dote meravigliosa e profondamente umana chiamata saggezza pratica.

Questo significa che di fronte all’incertezza del domani le persone dovevano semplicemente usare il proprio buon senso e la propria coscienza morale per prendere le decisioni migliori accettando la bellezza e la responsabilità di non poter controllare tutto.

A un certo punto della storia facciamo un enorme salto in avanti e arriviamo nel periodo illuminista con uno scienziato eccezionale di nome Laplace che cambia completamente il nostro modo di guardare il mondo. Laplace era così affascinato dal potere della matematica da convincersi che l’universo fosse come un gigantesco e perfetto orologio svizzero in cui nulla accade per caso.

Egli immaginava che se fosse esistita un’intelligenza suprema capace di guardare e misurare la posizione di ogni singolo ingranaggio e di ogni granello di materia in un preciso istante allora questa entità avrebbe potuto calcolare matematicamente e senza alcun margine di errore tutto ciò che sarebbe successo nel futuro. Con lui passiamo quindi dalla saggezza del cuore alla fredda illusione che il destino sia solo un’equazione da risolvere.

Il tempo però ci ha dimostrato che la natura è imprevedibile e troppo complessa per essere ingabbiata in una formula matematica infallibile e proprio qui entra in gioco la visione moderna del sociologo Ulrich Beck. Beck ci fa capire che siccome il sogno di Laplace era impossibile da realizzare noi esseri umani abbiamo cambiato strategia trasformando la nostra società in una grande macchina per gestire le probabilità.

Questo passaggio è cruciale perché non cerchiamo più di prevedere il futuro con certezza assoluta ma cerchiamo piuttosto di anticipare i pericoli prima che accadano organizzando le nostre città la nostra salute e la nostra intera vita proprio attorno a questo continuo calcolo dei rischi.

Infine arriviamo ai nostri giorni in cui la tecnica fa un ultimo salto sorprendente spiegato benissimo attraverso le teorie di Karl Friston che ci portano nel cuore dell’intelligenza artificiale. Friston ci fa comprendere che le macchine di oggi sono diventate simili a una vera e propria mente perché non aspettano più che siamo noi a dargli i comandi ma osservano il mondo in totale autonomia imparando da miliardi di dati e aggiornando le loro previsioni continuamente per aiutarci a ridurre le sorprese e a prendere le decisioni.

In sintesi questo libro meraviglioso ci racconta come l’umanità sia passata dal decidere usando l’intuizione all’illudersi di poter calcolare tutto perfettamente per poi trasformarsi in una società ossessionata dalla gestione dei pericoli fino ad arrivare oggi ad affidare queste previsioni a macchine incredibilmente intelligenti.

Ma la vera lezione empatica che l’autrice ci dona è che alla fine di questa lunga rincorsa tecnologica dobbiamo avere la forza di tornare esattamente al punto di partenza per usare la tecnologia solo come un aiuto affinché l’ultima parola resti sempre alla nostra cara e vecchia saggezza umana.

Il Presente Come Luogo: Una Dichiarazione di Umanesimo Digitale

C’è una cosa che voglio dire con chiarezza, prima di chiudere questa riflessione, e la voglio dire con la stessa convinzione con cui ogni mattina scelgo di guardare il mondo attraverso la doppia lente della tecnologia e dell’umanità: il mio Umanesimo Digitale non nasce in opposizione alla straordinaria capacità delle tecnologie contemporanee di anticipare, modellare e progettare il futuro.

Sarebbe una posizione intellettualmente disonesta, oltre che storicamente miope. Al contrario, riconosco con ammirazione genuina il valore di questa potenza predittiva, la sua capacità di ridurre la sofferenza, di ottimizzare le risorse, di aprire orizzonti che le generazioni precedenti non avrebbero potuto nemmeno immaginare.

Ma proprio perché riconosco tutto questo, sento il dovere, come umanista, come educatore digitale, come osservatore appassionato della condizione umana, di ristabilire un equilibrio che rischia di andare perduto nel rumore frenetico dell’accelerazione tecnologica: ricordarci che, mentre costruiamo scenari probabilistici e affiniamo i nostri modelli predittivi, mentre deleghiamo alla macchina il compito di anticipare il domani, abbiamo ancora il diritto e il dovere di assaporare il presente, di abitarlo con pienezza, di non lasciarlo evaporare come nebbia mattutina travolta dalla corsa verso ciò che verrà.

Il presente non è un corridoio verso il futuro: è un luogo. Ha pareti, ha profumo, ha temperatura. Ha la voce di chi amiamo, ha il peso specifico di una scelta compiuta con consapevolezza, ha la bellezza imperfetta di tutto ciò che esiste soltanto adesso e non si ripeterà mai più esattamente così. E quel luogo merita di essere abitato con cura, non semplicemente attraversato come se fosse solo il segmento di raccordo tra il dato di ieri e la previsione di domani.

FAQ: Oltre il Determinismo e le Società Algoritmiche

Come si è evoluto il ruolo della tecnica nella storia umana?
La tecnica è nata inizialmente come un prolungamento del gesto fisico e uno strumento per amplificare la nostra memoria e forza [1, 2]. Oggi, tuttavia, ha compiuto un salto evolutivo entrando nella sfera della previsione e dell’anticipazione: le macchine non si limitano più a eseguire ordini predefiniti, ma apprendono dai dati per suggerire, ottimizzare e anticipare i bisogni umani, trasformandosi in una vera e propria infrastruttura decisionale [3, 4].
Cosa significa che stiamo vivendo nella “società algoritmica del rischio”?
Richiamando le teorie del sociologo Ulrich Beck, viviamo in una società dove il rischio non è più vissuto come una fatalità passiva, ma è diventato un elemento computazionale e modellabile [5-7]. Attraverso l’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi, il rischio diventa parte integrante dell’organizzazione sociale, trasformando il futuro in un insieme di scenari probabilistici che guidano le nostre decisioni quotidiane [8-10].
Qual è la differenza tra la visione di Laplace e quella odierna?
Nel XVII secolo, Laplace ipotizzava l’esistenza di un’intelligenza capace di conoscere con esattezza le forze e la posizione di ogni particella dell’universo, per calcolare infallibilmente tutto il passato e il futuro azzerando l’incertezza [6, 11]. Mentre la scienza moderna ha dimostrato l’impossibilità di questo determinismo assoluto, i sistemi predittivi attuali rappresentano una versione pragmatica di quel sogno, utilizzando la probabilità statistica per influenzare il comportamento e orientare le scelte collettive [11, 12].
Il futuro calcolato dagli algoritmi elimina la nostra libertà?
No, la pubblicazione sottolinea che la vera sfida è governare la capacità di anticipare della tecnica affinché non diventi un nuovo oracolo a cui sottomettersi ciecamente [8]. L’obiettivo è progettare macchine che apprendano mantenendo la coerenza con i valori umani [13], trasformando l’output predittivo in una moderna estensione della saggezza pratica aristotelica (phronesis), così da permetterci di prendere decisioni più prudenti senza smarrire la nostra responsabilità morale [7, 8, 14].
Cosa rappresenta la metafora del “cortile di paese”?
Il cortile degli anni Cinquanta rappresenta un’epoca in cui la vita sociale era dominata da interazioni umane dirette, imperfette ed empatiche [1, 15]. Oggi quel cortile si è trasformato in una rete globale digitale e silenziosa, dove non è più la voce umana a guidare il brusio quotidiano, ma entità algoritmiche invisibili che decidono le informazioni e persino le emozioni a cui veniamo esposti [2, 15]. La vera sfida moderna è imparare a vivere in questo nuovo “cortile” recuperando la lentezza, lo sguardo e la connessione umana [16].

Oltre il determinismo — Risorse selezionate

Letture di approfondimento

Oltre il determinismo — risorse selezionate

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