Requiem per la scuola italiana: morta senza funerale, sepolta sotto griglie di valutazione e canali YouTube

Requiem per la scuola italiana: morta senza funerale, sepolta sotto griglie di valutazione e canali YouTube


La Scuola È Morta. E Noi Eravamo in Sala ad Applaudire.

Io questa scuola l’ho vista morire, e non è stata una morte improvvisa, drammatica, degna almeno di un necrologio. È stata una di quelle morti lunghe, silenziose, che avvengono mentre tutti guardano altrove, mentre si riempiono moduli e si aggiornano registri elettronici e ci si congratula a vicenda per aver rispettato la procedura. Una morte per abbandono, che è la peggiore di tutte, perché non lascia nemmeno il conforto di un colpevole da indicare.


Il Medico Arrivato Troppo Tardi

Da anni entro in aula con quella sensazione precisa, inconfondibile, che conosce chiunque abbia mai fatto una cosa con la consapevolezza di farla inutilmente: la sensazione del medico che arriva quando il paziente è già freddo.

La scuola, quella vera, quella che ti spacca il cranio per farti entrare la luce dentro, quella che ti forma come si forgia il metallo, con calore e pressione e una certa dose di dolore necessario è morta lentamente, senza funerale, senza che nessuno si alzasse in piedi a dire basta. E noi, docenti, studenti, genitori, dirigenti, ministri, abbiamo continuato a recitare la parte come attori di una compagnia teatrale che si rifiuta di accettare che il teatro sia in fiamme, convinti che bastasse cambiare le tende per sistemare tutto.

Io questa deriva l’ho respirata anno dopo anno, l’ho subita nelle aule, l’ho vista negli occhi di ragazzi che arrivavano da me già spezzati prima ancora di cominciare, già convinti di non valere abbastanza, già addestrati alla resa. E ora non posso più tacere, perché il silenzio a questo punto non è prudenza: è complicità.

Una Generazione Cresciuta Come Bonsai

Ogni anno, all’università, mi trovo davanti studenti che non sanno leggere un testo complesso senza perdersi, che non riescono a costruire tre paragrafi coerenti senza che qualcuno li guidi passo dopo passo, che di fronte a un problema aperto si bloccano e chiedono, con una disperazione autentica negli occhi: “Prof, ma cosa devo fare esattamente?”. Non è una domanda. È un sintomo. È la radiografia di un sistema che ha fallito nel compito più elementare che gli era stato affidato.

E attenzione, perché questo è il punto su cui non voglio essere frainteso: non è colpa loro. Non lo è mai. Questi ragazzi sono il prodotto di una scuola che li ha cresciuti come bonsai, perfetti nella forma, ordinati, potati con cura certosina, ma radicalmente incapaci di stare nel vento, di piegarsi senza spezzarsi, di affrontare la complessità senza che qualcuno l’abbia prima semplificata fino all’irriconoscibile.

La scuola li ha protetti da tutto dall’errore, dalla frustrazione, dall’incertezza, dalla fatica tranne dall’unica cosa da cui avrebbe davvero dovuto proteggerli: la realtà. E la realtà, quando li ha incontrati, non ha avuto pietà. Non ce l’ha mai con chi arriva impreparato.

Il Feticcio della Verifica e la Liturgia del Voto

La scuola italiana ha un idolo che venera con devozione quasi religiosa: la verifica. La usa come un talismano contro l’incertezza del mondo, come se ogni nuova griglia di valutazione, ogni nuova rubrica, ogni nuovo format di prova strutturata potesse tenere a bada il caos di un’epoca che cambia più velocemente di quanto riusciamo a descriverla. E così, più il mondo accelera, più la scuola risponde irrigidendosi, aggiungendo prove, protocolli, indicatori, come se la risposta alla complessità fosse sempre più burocrazia, sempre più controllo, sempre più finzione di certezza.

È diventata una liturgia con i suoi riti immutabili: studi tre pagine, le ripeti come un registratore ben calibrato, prendi il voto, dimentichi tutto entro la settimana successiva, e il ciclo ricomincia. Gli studenti non imparano: superano. C’è una differenza abissale tra le due cose, e la scuola ha smesso di riconoscerla da tempo.

I genitori non chiedono se i loro figli stiano crescendo, se stiano sviluppando un pensiero critico, se stiano diventando persone capaci di stare nel mondo con autonomia e dignità. Chiedono il voto. Lo chiedono con l’urgenza di chi ha bisogno di una conferma, di una rassicurazione, di un numero che dica loro che tutto va bene, che stanno facendo la cosa giusta. E intanto la vita, quella vera, quella che aspetta fuori dal cancello della scuola, non dà voti. Dà schiaffi. E non avvisa prima.

Informatica: La Mia Materia, Ridotta a Caricatura

Insegno Informatica. O meglio: ci provo, ogni giorno, con la tenacia di chi sa che sta nuotando controcorrente in un fiume che scorre nella direzione sbagliata.

Perché quello che arriva nelle mie aule è il risultato accumulato di anni di improvvisazione sistematica, di programmi ministeriali fermi a un’epoca in cui il mondo digitale era ancora una promessa vaga, di laboratori che sembrano musei dell’archeologia tecnologica, di una formazione docenti che nella migliore delle ipotesi è insufficiente e nella peggiore è inesistente.

Ragazzi che non hanno mai scritto una riga di codice in tredici anni di scuola. Ragazzi convinti che “informatica” sia sinonimo di Word, Excel e qualche ora di Scratch alle medie, come se la disciplina che sta ridisegnando ogni aspetto della civiltà umana potesse essere ridotta a un corso di videoscrittura. Ragazzi che guardano il terminale con un terrore genuino, come se fosse qualcosa di pericoloso, di ostile, di incomprensibile per definizione.

E io li guardo e capisco, con una chiarezza che fa male, che non è colpa loro neanche questa volta. È colpa di una scuola che ha smesso di formare i docenti prima ancora di smettere di formare gli studenti, che ha deciso che l’informatica fosse una materia di serie B in un mondo dove l’informatica è l’alfabeto del presente e del futuro.

Requiem per la scuola italiana: morta senza funerale, sepolta sotto griglie di valutazione e canali YouTube
Requiem per la scuola italiana: morta senza funerale, sepolta sotto griglie di valutazione e canali YouTube

Genitori, Vi Devo Dire una Cosa Scomoda

Voi volete il voto alto. Lo voglio capire, davvero, perché so che dietro quella richiesta c’è l’amore, c’è la preoccupazione, c’è il desiderio che i vostri figli abbiano una vita migliore della vostra. Ma quello che state facendo, con quella richiesta, è trasformare la scuola in un supermercato di soddisfazioni immediate, dove si entra con le aspettative e si esce con la ricevuta del voto, e la domanda non è mai “mio figlio sta diventando qualcuno?” ma sempre e soltanto “mio figlio ha preso un bel voto?”.

Non vi accorgete che state chiedendo alla scuola di mentire. Non vi accorgete che state trasformando i vostri figli in clienti invece che in persone, in consumatori di un servizio invece che in protagonisti di una formazione.

Un voto alto su un compito che non richiede pensiero non dice nulla su chi è vostro figlio, su cosa sa fare, su come affronterà le difficoltà quando non ci sarà nessuna griglia di valutazione a guidarlo. Un ragazzo che sa pensare, invece, è una cosa rara e preziosa e duratura. Ed è quello che la scuola dovrebbe costruire, se solo smettessimo di chiederle altro.

Studenti, Adesso Tocca a Voi

Voi siete cresciuti in un mondo che vi ha mentito sistematicamente, con gentilezza e con le migliori intenzioni, ma vi ha mentito. Vi ha detto che tutto deve essere facile, immediato, intuitivo, che se una cosa è difficile allora è sbagliata, che se non capite subito allora non siete portati, che la frustrazione è un segnale di stop invece che un segnale di avanzamento. È una bugia enorme, costruita mattone dopo mattone da un sistema che ha confuso il vostro benessere con la vostra comodità, che ha scambiato la protezione con la privazione di qualcosa di essenziale.

La conoscenza non è un’app che si scarica. Non è un tutorial da dieci minuti. Non è un contenuto da consumare passivamente mentre scorrete uno schermo. La conoscenza è fatica autentica, è frustrazione che si attraversa invece di evitarla, è il fallimento che si impara a guardare in faccia senza scappare, è la caduta e poi la risalita, e poi ancora la caduta, e ancora la risalita, finché le gambe non diventano abbastanza forti da reggere il peso di ciò che si vuole diventare.

Voi potete farlo. Ne sono convinto con una certezza che non mi ha ancora abbandonato, nonostante tutto. Ma dovete sceglierlo. Nessuno può farlo al posto vostro.

Il Teatro delle Illusioni

La scuola non sa più chi è. Ha perso il filo della propria identità da qualche parte lungo la strada, tra una riforma e l’altra, tra un acronimo ministeriale e il successivo, e adesso è diventata un teatro di illusioni in cui tutti recitano la propria parte con una dedizione ammirevole e un risultato desolante: i docenti recitano l’insegnamento, gli studenti recitano l’apprendimento, i genitori recitano la soddisfazione, i dirigenti recitano la gestione, e il sipario cala sempre puntuale sull’illusione che tutto funzioni, che il sistema tenga, che stiamo andando nella direzione giusta.

E intanto il mondo corre. Corre davvero, con un’accelerazione che non aspetta nessuno e non fa sconti a chi arriva impreparato. Corre verso un futuro in cui le competenze reali, la capacità di pensare, di adattarsi, di creare, di risolvere problemi complessi in contesti incerti, saranno l’unica valuta che conta davvero. E noi stiamo mandando i nostri ragazzi a quel futuro con in mano una pagella.

Il Cortocircuito Finale: Quando il Docente Diventa Influencer

E proprio quando pensavo di aver visto tutto, proprio quando credevo che la scuola avesse già toccato il fondo della propria crisi identitaria, è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Una goccia grottesca, quasi comica se non fosse tragica, che racconta meglio di qualsiasi analisi dove siamo arrivati e dove stiamo andando.

Il caso di Vincenzo Schettino, insegnante di fisica, è diventato suo malgrado il simbolo perfetto di questa deriva. Riprese in classe durante le lezioni, studenti trasformati in comparse involontarie di un set cinematografico, e, dettaglio che lascia senza parole, la pressione esplicita sui propri alunni affinché si collegassero al suo canale YouTube, affinché lo seguissero, affinché alimentassero il suo algoritmo con la loro attenzione, con i loro clic, con la loro presenza digitale.

Come se l’aula fosse uno studio di produzione. Come se il rapporto educativo fosse una strategia di crescita dei follower. Come se gli studenti fossero lì non per imparare la fisica, ma per contribuire alle metriche di engagement di qualcuno che avrebbe dovuto formarli.

E come se non bastasse, in una delle sue ultime interviste, Schettino ha immaginato ad alta voce il futuro della scuola: un paesaggio distopico popolato da professori freelancer, figure volatili e intercambiabili che vendono competenze sul mercato digitale come si vendono corsi su Udemy, senza radici, senza continuità, senza quella relazione educativa duratura che è l’unica cosa che trasforma davvero una persona. Una visione che non è innovazione: è la resa definitiva, travestita da rivoluzione.

Ora, sia chiaro: non è un problema di divulgazione. La divulgazione è una cosa nobile, necessaria, preziosa, e chiunque riesca a rendere la fisica accessibile a chi non l’avrebbe mai avvicinata fa un servizio autentico alla cultura. Il problema non è comunicare, non è usare i social, non è avere un canale YouTube. Il problema è un altro, ed è un problema di confini, di potere, di responsabilità, tre parole che nella scuola non sono optional ma fondamenta.

Quando un docente usa la propria posizione istituzionale per orientare le scelte digitali dei propri studenti, quando trasforma l’aula in un’occasione di raccolta consensi, quando mette sullo stesso piano la relazione educativa e la crescita del proprio brand personale, non sta facendo divulgazione: sta sfruttando un’asimmetria di potere.

Sta usando la propria autorità, quell’autorità che gli è stata conferita dallo Stato, che si esercita su persone minorenni in un contesto obbligatorio, per nutrire il proprio algoritmo. E questo non è innovazione didattica. È qualcosa di molto più preoccupante, che ha un nome preciso anche se nessuno sembra volerlo pronunciare.

Ma al di là del caso specifico, ciò che spaventa davvero è il sintomo che questo episodio rivela, perché i sintomi ci dicono sempre qualcosa di più profondo della malattia che li genera. La scuola ha perso talmente tanto la bussola della propria identità che al suo interno possono proliferare docenti che confondono la cattedra con un trampolino per la carriera digitale, che trasformano la didattica in marketing personale, che misurano il proprio valore professionale in visualizzazioni invece che in formazione. E il sistema non solo lo permette: in alcuni casi lo celebra, lo premia, lo porta a convegni come esempio di innovazione.

È il sintomo perfetto della crisi, e forse il più rivelatore di tutti: la scuola non è più luogo di formazione ma palcoscenico, non è più comunità ma audience, non è più spazio in cui si costruiscono persone ma arena in cui si costruiscono personal brand. E gli studenti, in tutto questo, sono stati retrocessi da protagonisti della propria crescita a spettatori di quella altrui. A numeri in una dashboard. A mezzo per un fine che non li riguarda.

Io non voglio più essere complice di questo. Non voglio più guardare generazioni intere arrivare all’università come naufraghi che non sanno nuotare, non voglio più assistere a questo lento suicidio culturale che stiamo consumando con la placidità di chi non si rende conto di cosa sta bruciando, non voglio più vedere l’aula ridotta a set e gli studenti ridotti a audience di qualcuno che avrebbe dovuto formarli.

Ho scelto questo mestiere perché credevo nella formazione come atto politico, come atto di resistenza, come il modo più concreto e duraturo di cambiare le cose. E ci credo ancora. Ma la fede senza azione è solo nostalgia.

È il momento di svegliarsi. Di smettere di chiedere voti e iniziare a pretendere competenze. Di smettere di proteggere i ragazzi dall’esperienza e iniziare a prepararli per essa. Di smettere di lamentarsi della scuola come se fosse un’entità astratta e separata da noi, e iniziare a riconoscere che la scuola siamo noi, tutti noi, e che il cambiamento o parte da qui o non parte da nessuna parte.

Io ci sono. Ci sono ogni giorno, con tutta la testardaggine di chi sa che la partita è difficile e gioca lo stesso. Ma da solo non basta. Non è mai bastato. E il tempo che abbiamo è già meno di quanto pensiamo.

FAQ

Domande che nessuno vuole fare.
Risposte che nessuno vuole sentire.

Non è una percezione. È una realtà documentata, misurabile, visibile ogni giorno nelle aule universitarie dove arrivano studenti che non sanno leggere un testo complesso, costruire un argomento, affrontare un problema senza una guida passo dopo passo. I dati OCSE-PISA ci collocano stabilmente sotto la media europea nelle competenze di lettura, matematica e scienze. Ma i dati sono freddi. Quello che si vede dall’interno è molto peggio: è una generazione intera che ha imparato a superare invece di imparare a capire.

Significa che il sistema ha sostituito la formazione con la certificazione. Formare significa trasformare una persona, renderla capace di pensare in modo autonomo, di affrontare l’incertezza, di costruire conoscenza invece di ripeterla. Certificare significa attestare che uno studente ha superato una prova in un dato momento. La scuola italiana è diventata bravissima a certificare e ha quasi completamente dimenticato come si forma. Il risultato sono ragazzi che hanno pagelle brillanti e competenze fragili.

È grave non per quello che è, ma per quello che rappresenta. Un singolo docente che trasforma la propria aula in un set di riprese, che pressiona i propri studenti a seguire il suo canale YouTube per aumentare la visibilità, che usa una posizione di potere istituzionale per nutrire il proprio algoritmo, non è un caso isolato e folkloristico. È il sintomo di un sistema che ha perso la bussola della propria identità al punto da non riconoscere più la differenza tra educare e fare personal branding. Quando poi quello stesso docente immagina pubblicamente una scuola di professori freelancer, stiamo parlando della liquidazione dell’istruzione pubblica travestita da visione innovativa.

Sì, e profonda. Non per cattiveria, non per indifferenza, ma per una distorsione culturale che ha trasformato la scuola in un erogatore di voti invece che in un luogo di crescita. Quando la prima domanda di un genitore dopo un colloquio è “ma che media ha?” invece di “sta imparando a pensare?”, quando si contesta un voto insufficiente invece di chiedersi perché il figlio non ha capito, quando si chiede alla scuola di essere indulgente invece di essere esigente, si sta sabotando attivamente la formazione dei propri figli. Con tutto l’amore del mondo, ma si sta sabotando.

Per una combinazione di fattori che si rinforzano a vicenda in modo quasi perfetto. Programmi ministeriali fermi a decenni fa, pensati quando il digitale era ancora un’eccezione e non il tessuto connettivo della realtà. Formazione docenti inesistente o insufficiente, con insegnanti che spesso non hanno mai scritto una riga di codice in vita loro. Laboratori che sembrano musei della tecnologia perduta. E una cultura istituzionale che considera ancora l’informatica una materia di serie B, un optional, qualcosa di tecnico e quindi meno nobile delle discipline umanistiche. Il risultato è che ragazzi escono da tredici anni di scuola convinti che informatica significhi Word ed Excel, in un mondo dove l’informatica è l’alfabeto del presente.

No. E questa è forse la cosa più importante da capire. Gli studenti di oggi hanno le stesse potenzialità cognitive di sempre, la stessa capacità di apprendere, di ragionare, di crescere. Quello che è cambiato è il contesto in cui sono stati allevati: un ecosistema che ha premiato la velocità sulla profondità, la risposta immediata sulla riflessione, il risultato sul processo. Sono stati cresciuti in un mondo che ha confuso la comodità con il benessere, e la scuola invece di correggere questa distorsione l’ha assecondato. La colpa non è loro. Non lo è mai.

Smettere di fingere che il problema non esista è già un inizio. Poi: pretendere competenze invece di voti, sia come genitori che come studenti. Esigere una formazione docenti continua, obbligatoria e seria. Aggiornare i programmi ministeriali con la stessa urgenza con cui si aggiorna un sistema operativo, perché insegnare con programmi del 2005 nel 2025 è esattamente questo: un sistema operativo obsoleto che non riesce più a far girare il presente. Ridare alla scuola la sua funzione originaria: non certificare, non intrattenere, non fare audience. Formare persone. Il resto viene da sé.

La crisi della scuola italiana

Fonti, dati, inchieste e ricerche per chi vuole capire davvero cosa sta succedendo.
Non opinioni. Fatti.

⚠ Dato chiave

L’Italia è ultima in Europa per investimento pubblico nell’istruzione in rapporto al PIL. Il 4,1% contro una media OCSE del 5,1%. Un punto percentuale che vale miliardi. E una generazione.

42% studenti sotto soglia minima in matematica
33% giovani 18-24 anni abbandonano prima del diploma
29° posto OCSE per competenze digitali
-18% docenti di ruolo negli ultimi dieci anni
// Rapporti e dati ufficiali
PISA 2022 — Programme for International Student Assessment
Dati

La fotografia più impietosa della scuola italiana: calo significativo in matematica, lettura e scienze. L’Italia perde terreno rispetto alla media OCSE in tutte e tre le aree.

OCSE / INVALSI 2023 → oecd.org/pisa
Rapporto INVALSI 2023 — Risultati delle rilevazioni nazionali
Dati

Documenta le competenze reali in italiano e matematica. I dati evidenziano stagnazione e un sistema che non riduce le disuguaglianze territoriali.

INVALSI 2023 → invalsi.it
// Inchieste e giornalismo
Il caso Schettino: quando il prof diventa brand
Caso

L’inchiesta sulla deriva dei docenti-influencer e la trasformazione degli studenti in audience digitale.

La Repubblica 2023 → leggi articolo
Dispersione scolastica: il sommerso italiano
Inchiesta

Un terzo degli studenti abbandona prima del diploma. Analisi delle cause strutturali e povertà educativa.

Il Sole 24 Ore 2023 → vai al sito
// Libri essenziali
La scuola non serve a niente — Alessandro Ferretti
Libro

Un atto d’accusa contro un sistema che ha perso il contatto con la realtà del lavoro e della vita.

Laterza 2021
Il crollo dell’istruzione in Italia — Tullio De Mauro
Libro

Il declino delle competenze linguistiche come specchio del fallimento educativo. Un testo profetico.

Laterza 2010

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Immergiti in un flusso di ispirazione, conoscenza e connessione umana digitale.

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Nota di trasparenza sull’uso dell’AI nel blog

In questo spazio digitale, dedicato alla comprensione critica dell’innovazione tecnologica, desidero condividere con chiarezza due aspetti importanti del lavoro che porto avanti.

Immagini generate con l’AI

La quasi totalità delle immagini presenti nel blog è generata tramite strumenti di intelligenza artificiale. Le utilizzo sia come supporto visivo sia come modo per sperimentare nuove forme di comunicazione creativa, coerenti con i temi trattati.

Un blog nato dalla scrittura… e trasformato dalla velocità dell’AI

Scrivere è sempre stata una mia passione. Dopo anni di appunti, riflessioni e sperimentazioni, tre anni fa è nato questo blog. Fin da subito, però, ho dovuto confrontarmi con una sfida evidente: l’incredibile accelerazione dell’evoluzione scientifica legata all’intelligenza artificiale rende complesso mantenere aggiornato un progetto di divulgazione che ambisce alla qualità e alla precisione.

Per questo, in coerenza con la mia missione di promuovere consapevolezza, oggi più che mai un elemento vitale, ho scelto di farmi affiancare da piattaforme di AI in molte fasi del lavoro editoriale. In particolare, l’AI mi supporta in:

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  • organizzazione e strutturazione degli articoli
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  • esplorazione di titoli efficaci e pertinenti

L’obiettivo non è delegare il pensiero, ma amplificare la capacità di analisi e di sintesi, così da offrire contenuti sempre più chiari, accurati e utili.

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